TORINO - EDOARDO MUZIO

Tanti monferrini nella bolgia di piazza S. Carlo

TORINO – A cinque giorni dall’accaduto non è ancora chiaro cosa sia successo sabato sera, in piazza San Carlo a Torino, durante la proiezione su maxi schermo della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid.
La magistratura sembra più impegnata a ricercare le responsabilità politiche ed istituzionali, su un sistema di sicurezza che non ha funzionato, più che cercare di capire cosa abbia scatenato l’isteria collettiva.
L’unico che, esaminati i filmati, poteva sembrare essere l’idiota che aveva scatenato il disastro, è stato scagionato dagli stessi inquirenti dopo un interrogatorio fiume di oltre 10 ore, anche se continua essere poco chiara, almeno per quanto riguarda l’opinione pubblica, la condotta tenuta quella sera.
Di certo ci sono i 1527 feriti medicalizzati, tra cui 3 in gravi condizioni, anche se nelle ultime ore è aumentato l’ottimismo attorno alla prognosi del bimbo cinese di 7 anni. Di questi 1142 sono stati curati dalle strutture dell’hinterland torinese.
In piazza San Carlo quella sera, tra gli oltre 35 mila tifosi, c’erano anche tanti giovani monferrini, testimoni diretti, ma anche per loro non è stato facile capire e ricostruire quanto è accaduto.
“Una cosa del genere non mi era mai capitata nella vita – ha detto Michele Bet, 31 anni, che lavora alla Flenco Fluid System di Trino, e che si trovava a Torino con la fidanzata Veronica Zangari, 25 anni, entrambi di Morano – Io non ho sentito nulla di quanto ho letto poi nei giorni successivi sui giornali. Niente boati, niente scoppi, niente ringhiere cedere. Erano circa le 22.15 poco dopo il gol del 3-1, quando di colpo abbiamo visto la folla fuggire nella nostra direzione. Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di capire cosa fosse accaduto e siamo stati travolti. Sia io che la mia ragazza siamo caduti a terra ma siamo riusciti a rialzarci immediatamente prima di essere schiacciati. Io fortunatamente non ho riportato ferite, la mia ragazza invece si è procurata un taglio alla gamba. All’inizio non ho pensato ad un attentato. Più ad una carica della polizia per qualche comportamento di qualche tifoso, o all’arrivo di altre tifoserie che avesse innescato degli scontri. Poi ho sentito le urla di molti che correndomi incontro gridavano, «stanno sparando». Lì allora credendo in un attacco terroristico siamo fuggiti. Ci sono state due ondate, ed io e Veronica ci siamo persi di vista. Lei grazie all’aiuto di un poliziotto ha trovato riparo al ristorante RossoPomodoro. Quando sono riuscito a mettermi in contatto telefonico con lei – prosegue il giovane monferrino – ho provato a raggiungerla. I negozi ed i locali che avevano accolto i feriti e chi scappava, però, si erano barricati. Io stesso ho fatto fatica ad entrare perché mi hanno chiuso la serranda in faccia. Ritrovata la mia ragazza, siamo andati insieme con un’ambulanza all’ospedale Molinette. Lì c’erano anche dei funzionari di Polizia che si informavano dai medici del pronto soccorso se erano state registrate ferite da “accoltellamento”. Devo dire che la macchina dei soccorsi ha funzionato perfettamente. I pullman urbani che circolavano nella zona hanno smesso di svolgere il loro servizio e hanno iniziato ad accompagnare i feriti nei vari ospedali. La mia ragazza in meno di un’ora è stata medicata con 15 punti di sutura e abbiamo lasciato le Molinette. Con un taxi siamo ritornati verso l’auto e siamo tornati a casa”.
E’ rimasto fortunatamente illeso, invece, un altro ragazzo monferrino.
“Sono arrivato con alcuni amici di Pavia intorno alle 14.30 – ha detto il frassinetese Edoardo Muzio, 26 anni – la piazza era totalmente transennata ad eccezione dei varchi d’acceso. Diversamente da quanto ho sentito nei notiziari, noi siamo stati controllati anche accuratamente da polizia e carabinieri. Zaini e perquisizione personale: niente bottiglie di vetro all’interno della piazza. Una solerzia che, però, è stata resa vana dai tantissimi venditori abusivi che hanno venduto bottiglie di birra per tutto il pomeriggio e la sera. Già prima che iniziasse la partita, la piazza era un tappeto di cocci di vetro. Era circa il 65’ quando ho sentito un forte boato – continua il giovane frassinetese laureato in legge che si trovava sul lato esattamente opposto all’epicentro della fuga generale – non saprei distinguere se si sia trattato di un petardo, il crollo di una struttura o il rumore della massa di persone che si è mossa di colpo. In pochi secondi, prima che mi rendessi conto di cosa stesse accadendo, mi sono ritrovato spinto al di fuori della piazza verso via Roma. Fortunatamente essendo tra le prima fila sono bastati pochi metri per uscire dalla bolgia. Qualche livido, qualche spintone, ma fortunatamente sono rimasto in piedi evitando così di restare ferito. Uscito dalla piazza ho chiamato prima i miei amici, che ci siamo persi di vista, e poi a casa per tranquillizzare la mia famiglia. Terminati gli attimi d’isteria collettiva, non siamo riusciti a capire bene cosa fosse accaduto. In un primo momento abbiamo pensato ad un attentato. Credo che anche le forze dell’ordine l’abbiano creduto. In poco tempo hanno circondato e perquisito la piazza. Siamo stati presi tutti alla sprovvista. Quando è stato chiaro che non si trattava di terrorismo, ma di un falso allarme, siamo ritornati verso la piazza, per cercare il mio portafoglio con soldi e documenti, che avevo perso negli attimi della fuga. Lì abbiamo trovato un brutto spettacolo. C’erano molte persone ferite, la maggior parte con evidenti tagli causati dai cocci di vetro che si trovavano per terra. C’era sangue dappertutto, e tante persone rimaste ferite perché calpestate durante la fuga. Verso l’1.30 abbiamo lasciato Torino e siamo ritornati verso casa. Il portafoglio, che è stato ritrovato il giorno successivo – ha concluso Edoardo, che sta svolgendo la pratica forense – mi è stato poi restituito domenica dalla Polizia Municipale”.
Queste sono soltanto due testimonianze, ma di casalesi a Torino ce n’erano tanti. Come Matteo Ubertazzi, impiegato di banca di 27 anni, che è riuscito ad uscire dalla bolgia con la forza, solo grazie al fisico da sportivo. “Ero al centro della piazza, sono riuscito ad uscire senza un graffio, ma la paura è stata tanta. Se non la vivi, non puoi capire”.
O Luca, 26 anni, da poco operato ai legamenti del ginocchio che veniva spinto dalla folla, ma che non riusciva a correre. Soltanto l’adrenalina e la paura generate dalle urla, “stanno sparando, stanno sparando”, gli hanno dato la forza di scappare. Senza nemmeno accorgersene si è ritrovato a chilometri di distanza. O infine quella di Stefano, 25 anni, che ha raggiunto la piazza alle 14 e che alle 19.30, guardandosi attorno e vedendo quegli oltre 35 mila tifosi, annusando il pericolo, ha preferito tornarsene a casa.

Dario Calemme

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