La decisione degli azionisti della Tesla di compensare il suo fondatore Elon Musk al suono di cento miliardi di dollari annui per l’intero prossimo decennio, sia pure a condizioni assai difficili, non ha suscitato lo sdegno e l’ira che meritava. Gli azionisti avevano il diritto e la libertà di disporre della propria ricchezza, ma ogni diritto e libertà ha un limite, non deve nuocere al diritto e alla libertà degli altri, in questo caso il diritto e la libertà di avere un lavoro adeguatamente retribuito, da cui dipendono, si badi bene, la sopravvivenza e la dignità delle famiglie. Quei cento miliardi di dollari annuali, provenienti da profitti scandalosi raggiunti a scapito di chi lavora, sottraggono reddito alla stragrande maggioranza degli otto miliardi di persone che popolano la terra e vivono in condizioni molto disagiate se non disperate. Sono l’espressione di una asocialità e immoralità che esasperano le disparità economiche e gli odi politici crescenti ovunque. Nessun essere umano può valere cento miliardi di volte di più di un modesto lavoratore, un buon padre o buona madre, un retto cittadino. C’è della disumanità nella decisione degli azionisti della Tesla.
Il silenzio dei governi
Il silenzio dei governi e delle istituzioni di quasi tutte le Nazioni al riguardo dei mille miliardi di Musk è motivo di apprensione per l’umanità. E’ vero che l’America è la culla del capitalismo ma mai esso era stato così selvaggio, neppure all’epoca dei “robber barons” o dei ladri baroni, i mega imprenditori dell’Ottocento come Rockefeller, il re del petrolio, Carnegie, il re dell’acciaio, e Astor, il re dell’immobiliare. Ladri peraltro che nelle lotte con i sindacati finirono per fare più concessioni ai dipendenti di quante ne faccia Musk, il quale li paga in media meno di sessantamila dollari annui, stipendio o salario insufficiente per una famiglia di quattro persone, alla quale invece occorrono al minimo ottantacinquemila dollari purché non vivano in costosissime metropoli come New York o Los Angeles. Rapina che non stupisce dato che in America gli amministratori delegati o presidenti di società guadagnano quasi trecento volte tanto il loro lavoratore medio, mentre cinquant’anni fa ne guadagnavano “appena” venti volte tanto, e che il reddito pro capite da lavoro è di sessantaduemila dollari l’anno mentre quello da capitale è di settantatremila.
Il “modello Musk”
Il problema del resto del mondo è che il “modello Musk” si sta imponendo dappertutto. Non era mai capitato nella storia dell’umanità che ben nove dei dieci uomini più ricchi e potenti della terra operassero tutti nel settore più cruciale per il futuro quello dell’intelligenza artificiale e dell’internet, e operassero largamente senza i dovuti controlli da parte degli Stati. I nuovi “robber barons” non hanno solo il dominio finanziario mondiale hanno anche il dominio dei dati e delle comunicazioni, inclusi quelli nostri personali, e potrebbero ridurci gradualmente in schiavitù per quanto ciò appaia iperbolico. I “Grandi fratelli” denunciati settantasei anni fa dallo scrittore inglese George Orwell nel terrificante romanzo dispotico “1984” sono loro più che i politici assolutisti alla Hitler e alla Stalin. Oltre alla Tesla, Elon Musk, il numero uno di questi inattesi potenziali dittatori, possiede la società spaziale Space X, il social media X, i satelliti Starlink, il gruppo dell’intelligenza artificiale XAI e non sappiamo quanto altro. E’ il capofila di quel dieci per cento privilegiato del genere umano che detiene l’ottantacinque per cento della ricchezza globale.
Segni di scontento in America
E’ legittimo chiedersi che cosa accadrà in America e che cosa accadrà in Europa e in Asia, le sue due rivali, se si continuerà su questa strada. E’ possibile che gli americani si ribellino. La metà di loro gestisce tutta assieme un misero dieci per cento del patrimonio nazionale e il trenta per cento vive “in uno stato di insicurezza alimentare” secondo gli istituti di ricerca, un eufemismo per “fa la fame” nella maggior parte del tempo. Inoltre il presidente Trump aggrava la situazione tagliando il welfare, l’assistenza sociale, e i finanziamenti agli Stati americani come la California che concedono sussidi ai bisognosi. Segni di scontento nei confronti dell’accoppiata Musk-Trump lo danno sia la magistratura ordinaria, che sovente si oppone al Presidente, sia i Nobel per l’economia e le scienze, che lo contrastano la prima sui dazi e i monopoli, i secondi sul pericolo che l’intelligenza artificiale soppianti quella umana nel giro di un decennio o due. A essi si sono aggiunti di recente gli elettori votando democratico nei Comuni e negli Stati, ma soltanto tra un anno, alle elezioni parlamentari, si saprà se ciò frenerà la marcia del capitalismo selvaggio.
Il nodo delle tasse
Il sogno americano o “America dream”, benessere per tutti, rischia di divenire una chimera e ridursi a un mito, e ciò si ripercuoterebbe sul resto del mondo, soggetto a una americanizzazione senza più confini da vari decenni. Bisogna che l’Europa e l’Asia, che sono capaci di competere e condizionare i Musk, lo impediscano promuovendo la regolamentazione delle alte tecnologie e la ridistribuzione della ricchezza. L’Europa non può investire nell’intelligenza artificiale il quattro per cento di quanto investe l’America come sta purtroppo accadendo, e non può tollerare che i super ricchi non vengano tassati, anzi vengano detassati. Deve investire molto maggiormente nella ricerca e trattenere a casa i suoi migliori cervelli, spesso propensi a trasferirsi oltre oceano dove sono assai più pagati. E deve battersi, come ha proposto il Tax Observatory, o Osservatorio fiscale, dell’Ue, per un’imposta del due per cento sui tremila super ricchi sparsi per il mondo. A eguale trattamento vanno assoggettate le multinazionali, da quelle americane a quelle cinesi, che a volte nascondono le loro scoperte e le loro attività. La globalizzazione non può essere una giungla.
L’epoca del policentrismo
L’editorialista del New York Times Thomas Friedman, il massimo esperto americano di affari esteri, ha scritto che viviamo non in un’epoca di unilateralismo o multilateralismo, un connotato politico, bensì in un’epoca di policentrismo, ossia in un sistema dove il potere è esercitato anche da centri di natura diversa, economici e culturali, scientifici e religiosi, e così via. E riferendosi ai mille miliardi di Tusk ha aggiunto che il centro su cui urge intervenire è quello economico, a iniziare dal settore delle finanze. L’Europa e l’Italia facciano tesoro del suo consiglio. Ridistribuire la ricchezza tra i cittadini è indispensabile per il bene comune, per lo sviluppo delle nostre Nazioni e la salvaguardia delle nostre democrazie. In Francia l’economista Gabriel Zucman ha riscontrato che nell’ultimo decennio i cinquecento più ricchi patrimoni sono cresciuti di quattordici volte, salendo dal sei al quaranta per cento del Pil o Prodotto interno lordo. In Italia si calcola che i salari reali siano l’otto per cento in meno di un quinquennio fa. Tutto indica che noi, gente comune, ci siamo impoveriti, che non solo il ceto basso ma anche il ceto medio è in gravi difficoltà, che nei giovani c’è sempre meno speranza in un brillante avvenire.
La situazione in Italia
In Italia, la ridistribuzione della ricchezza è un terreno politicamente minato ma a renderlo tale sono i partiti che la strumentalizzano per i loro giochi di potere. Le nostre tasse sono troppo elevate e i nostri stipendi e salari sono troppo bassi, specialmente per le donne di solito compensate molto meno degli uomini, e un terzo delle quali lavorano part time. Ma il governo Meloni ha ridotto solo marginalmente la pressione fiscale e il Pd e i Cinque stelle hanno invano proposto di introdurre il salario minimo che vige a esempio in America per alzare il reddito da lavoro. Sull’adozione di una pur lieve patrimoniale infine è scoppiato il finimondo come si diceva una volta, sebbene essa paia funzionare in Olanda, in Svizzera, in Spagna e in Norvegia. Eppure esistono altri rimedi come una tassazione più alta sui redditi da capitale o sugli stipendi e i salari che superano il mezzo milione o il milione di euro. Ricordo che in America al principio degli anni Settanta, sotto il presidente Nixon, un repubblicano, l’aliquota massima era del 62 per cento. Musk protestò quando su undici miliardi di dollari dovette darne otto al fisco, ma gli rimasero tre miliardi.
Il “diritto alla felicità”
La costituzione americana sancisce “il diritto alla felicità” di tutti i cittadini ma il sistema America elargisce un mostruoso premio a Musk, l’ultimo Re Mida, che questo diritto lo disconosce. Come in Italia, in America, dove l’inflazione cresce, ora si tira la cinghia, tanto che la Coca Cola, la bevanda nazionale, lancia una mini lattina spiegando che “non tutti possono pagarsi quella normale”, roba da non crederci. “Il diritto alla felicità” non è un’utopia, è una metafora per una vita serena e sicura, in una società giusta e solidale che ci garantisca casa e lavoro, istruzione e sanità e via dicendo, ed è compito dello Stato e delle Istituzioni rispettarlo. Dopo la Seconda guerra mondiale, i leader politici europei e americani seppero trovare la strada che conduce a esso ma i loro ultimi eredi la hanno smarrita, e troppi di loro si sono consegnati ostaggi ai poteri finanziari e tecnologici. La nostra civiltà, la più avanzata ed equa della Storia, va protetta dai Musk, geni visionari sì ma senza scrupoli nella loro scalata ai vertici del pianeta. Questa età del policentrismo presenta sfide senza precedenti per l’umanità, e saranno le nostre risposte a decidere della nostra sorte.
Ennio Caretto








