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Da Mao a Xi, la grande marcia della Cina

Pechino sta riarmandosi e si propone anche di "cinesizzare" il globo come Washington lo americanizzò il secolo scorso

Redazione di Redazione
1 Gennaio 2026
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Casale, Cronaca, Prima Pagina, Primo Piano
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Ennio Caretto

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Ricorre, nell’inquietante 2026 che ci attende, il cinquantesimo anniversario di una serie di eventi in Cina che cambiarono il mondo: la morte del premier Ciu En Lai a gennaio del 1976, quella di Mao Tzetung, il padre della patria, a settembre, il successivo scioglimento della “banda dei quattro” di cui era a capo la sua vedova Jang Qing, assetata di potere, e la fine della della traumatica Rivoluzione culturale e delle detestate Guardie rosse. Eventi imprevisti e misteriosi che allarmarono l’Occidente, ancora scosso dai sismi politici cinesi del decennio precedente e alle prese con la Guerra fredda con l’Urss, perché non indicarono quale rotta avrebbe scelto una Pechino privata del Grande timoniere. L’America, che nel 1972 s’era aperta alla Cina con la visita del presidente Nixon alla Città celeste, si dimostrò la più preoccupata, temette che Pechino e Mosca, allora in aspro conflitto tra di loro, si riavvicinassero neutralizzando così la strategia della triangolazione nixoniana dei buoni rapporti con ciascuno dei due colossi comunisti ma allo scopo di tenerli permanentemente separati. L’incubo di Washington era la nascita di un asse antiamericano Cremlino – Città celeste.

Le “quattro rivoluzioni” di Hua Guofeng

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Ricordo bene quel periodo. Come corrispondente de La Stampa a Mosca dal 1967 al 1970 avevo visto l’Urss e la Cina scontrarsi ripetutamente sul confine del fiume Ussuri in Asia, e a New York dal 1971 al 1974 avevo seguito sia le loro dispute sia la politica di Nixon. Inoltre nella primavera del 1978 misi piede in Cina per la prima volta, un viaggio tuttora impresso nella mia memoria. Mi trovai in un altro mondo, isolato e in parte ostile, con metropoli ancora disastrate dalle guerre civili e dalla Seconda guerra mondiale, popolato nelle campagne da gente che non vedeva occidentali da mezzo secolo, in preda a una crescente crisi economica e sociale. Il nuovo timoniere Hua Guofeng, conscio dei disastri causati da Mao con il “Grande balzo in avanti” a cavallo del 1960, innovazioni che avevano provocato una tremenda carestia, si era inventato le “quattro rivoluzioni”, industriale, agricola, militare e scientifica per ovviare ai postumi di quella culturale. Ma su Pechino soffiava il vento di più profondi mutamenti, e infatti a dicembre del 1978 Deng Xiaoping, l’ultimo eroe della “Lunga marcia” maoista, educato a Parigi e a Mosca, assunse pieni poteri.

L’avvento di Deng Xiaoping

Mao Tzetung non aveva amato Deng, lo aveva epurato due volte accusandolo di favoreggiamento della destra del Pc cinese e del capitalismo occidentale. Ma entrambe le volte Deng, un maestro di organizzazione, era riemerso con l’appoggio dell’ala riformista del partito e delle forze armate. Io viaggiai al suo seguito nel 1979 quando visita l’America ospite del presidente Carter e ne rimasi colpito. Lo affascinavano l’istruzione, la meritocrazia, le tecnologie americane, capii che le avrebbe copiate al rientro a Pechino. Il suo slogan “un Paese due sistemi” segnalò la nascita del capitalismo di stato cinese. Me ne resi conto cinque anni dopo, quando viaggiai al seguito del presidente Reagan in Cina. L’aeroporto di Pechino non era più una fortezza militare, le strade traboccanti di biciclette erano diventate autostrade affollate da auto, Shanghai minacciava di eclissare Manhattan come poi accadde. Deng stava davvero rivoluzionando il Paese non con le armi bensì con gli investimenti, la ricerca, la digitalizzazione, il management. Non era un democratico, ne diede prova nel 1989 con la sanguinosa repressione di Piazza Tienanmen, ma era pragmatico.

Un’ascesa sottovalutata

Oggi la reazione dell’Occidente agli eventi cinesi degli anni Settanta mi spinge a chiedermi come abbiamo potuto sottovalutare l’irresistibile ascesa della Cina, dove più tardi ritornai alcune volte rimanendo sempre a bocca aperta per i giganteschi passi da essa compiuti. L’America la considerò sottosviluppata troppo a lungo, sui “Pensieri” di Mao, il noto libretto rosso, circolavano battute tipo “mandiamogli un grosso assegno che gli passano”. L’Europa si divise in due, con le sinistre che descrivevano Pechino come il nuovo paradiso comunista e le destre che la dipingevano come una roccaforte neostalinista. Solo negli anni Novanta l’Occidente prese atto della epocale sfida della Città celeste e delle sue mille sfaccettature. Il Pentagono diede l’allarme in un rapporto che prevedeva il sorpasso dell’America da parte della Cina nel 2015 e adesso si definisce il secolo attuale “Il secolo cinese”. Previsioni forse sbagliate ma che sono dovute a una brusca svolta nel percorso di Pechino da potenza concentrata sulla propria crescita a superpotenza proiettata in tutto il mondo. Svolta di cui è artefice Xi Jinping, il muovo Mao, ai vertici dal 2013. Con Xi, l’incubo di Washington di un asse sinorusso in funzione antiamericana è divenuto la realtà.

Nuovo ordine mondiale

Deng stabilì un nuovo ordine in Cina, normalizzò i rapporti tra il suo Stato e gli altri, Urss inclusa, e aderì alle Istituzioni internazionali di stampo occidentale. Al contrario, Xi, ora a capo della seconda superpotenza, vuole stabilire un nuovo ordine mondiale a scapito dell’America e l’Europa tramite la sua alleanza con lo zar russo Putin e il blocco dei colossi emergenti. Xi non è un altro Deng, ha già ripristinato il culto della personalità, promuove riforme scientifiche e tecnologiche, dall’Intelligenza artificiale alle esplorazioni spaziali, ma non riforme socioeconomiche, e rinnega il principio della collegialità nel governo della Nazione, non rinuncia al ricorso alla forza e così via. Accumula tre cariche, segretario del Pc, presidente della Commissione militare centrale e della Repubblica, e ha abolito ogni limite a esse in modo da poterle ricoprire a vita. Deng dettò legge per quasi tre lustri, ma a 73 anni Xi ha la possibilità di farlo per molto più a lungo, e di lasciare quindi un segno molto più profondo del suo sulla Cina e sul mondo.

La minaccia più grave

Demonizzare il nuovo Mao sarebbe sbagliato, se non altro perché sotto il suo dittatoriale governo la miseria in Cina continua a scendere e il Paese guida la rivoluzione tecnologica globale. Secondo la Banca mondiale, ma questo è merito soprattutto di Deng, dal 1980 al 2020 Pechino ha salvato dalla povertà ottocento milioni di persone. Tuttavia, se a breve scadenza il maggiore pericolo per la Ue e per gli Usa è Putin, a lunga scadenza la minaccia più grave è Xi. Lo dimostrano certe sue misure dalla incorporazione nello statuto del Pc e nella costituzione cinese del suo “pensiero” (dottrina) alle sue violazioni dei diritti umani, dal suo disprezzo per i leaders come Gorbaciov, che presiedette al crollo dell’Impero sovietico senza bagni di sangue, all’odio per i leaders di Taiwan che si oppongono all’annessione alla Cina. Occorre riflettere sulle sue quattro “Iniziative globali” o programmi: partito da quelle per lo sviluppo e per la sicurezza, Xi è passato a quelle per la civiltà e per la governance. Che cosa esse significhino è chiaro: Xi, che sta riarmando il Paese, si propone anche di cinesizzare il globo come Washington lo americanizzò il secolo scorso.

Trump e la Cina

In Europa prevale l’opinione che il rottamatore dell’ordine mondiale stabilito nel 1945, alla fine della Seconda guerra, sia il presidente americano Trump. Ciò è vero per quanto riguarda il nostro Occidente, ma le “Iniziative” di Xi investono tutti i continenti e per sventarle Trump avrà bisogno di noi. La Cina è il suo assillo principale ed egli è disposto a consegnare a Putin l’Ucraina pur di ridurre la dipendenza dello zar da Xi. A giudizio del Presidente americano un mondo bipolare, con l’Europa ai margini e l’America e la Russia al comando come ai tempi della Guerra fredda ma in amicizia tra di loro, è la soluzione più rapida  e proficua, la cosa per lui più importante. Trump sa che se la Cina smettesse di appoggiare Putin, lo zar sarebbe costretto a negoziare la pace. Xi dice di volerla ma la pace non è nel suo interesse, il conflitto ucraino assorbe fondi e energie a Washington e gli permette di mobilitare i Brics, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, i colossi emergenti appunto, contro di essa e contro Bruxelles, e di coinvolgere il Sud globale nella Sco od Organizzazione per la cooperazione di Shanghai.

L’Europa e l’Occidente

Nella sua “Iniziativa di governance” il Presidente cinese promise multilatelarismo, inviolabilità delle frontiere, rispetto e dialogo a tutte le Nazioni della Terra, ma sempre a settembre, nell’ottantesimo anniversario della vittoria cinese sul Giappone nella Seconda guerra mondiale, ammonì il mondo che “il grande rinnovamento della Cina è irreversibile”, ossia che nessuno potrà fermarlo come nessuno potè fermare la “Lunga marcia “di Mao, e aggiunse che “il nostro esercito è una grande forza capace di salvaguardare la nostra sovranità” ossia di sconfiggere anche l’America. Iperboli sì, ma che tradiscono i suoi veri disegni. Per vanificarli è necessario che nel confronto in corso con Trump noi europei insistiamo sull’unità dell’Occidente e lo spingiamo a mettere Putin con le spalle al muro sulla Guerra dell’Ucraina spiegandogli che se essa si intensificherà la Russia verrà ridotta a suddita della Cina. Se Trump sognava un mondo a tre, “Io, Putin e Xi”, sappia che il nuovo Mao lo ha reso irrealizzabile. E’ molto meglio per l’intera umanità che si rafforzi l’ordine stabilito ottanta anni fa dall’Occidente, oggi l’unico custode della democrazia.

Ennio Caretto

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Tags: CarettoCinaDengTrumpXi
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