E’ l’inizio del XV secolo e l’imperatore cinese Yongle della grande dinastia Ming dà il via alle più vaste esplorazioni navali della storia dell’umanità agli ordini dell’ammiraglio Zheng He. In venti anni, grosso modo dal 1401 al 1421, centinaia di giunche al seguito della “Nave del tesoro”, che è lunga 121 metri e ospita migliaia di marinai a bordo, una sorta di portaerei del tempo, attraversano l’Oceano indiano fino al Medio Oriente prima, all’Africa poi e infine all’Atlantico, e secondo alcuni storici attraversano anche l’Oceano Pacifico fino alla California. Mentre l’Europa sta uscendo dal tardo Medioevo, la Cina è da secoli la massima superpotenza del mondo, all’avanguardia in quasi tutti i campi, militare, commerciale, culturale e scientifico, e Yongle vuole consolidarne il primato. Ma i suoi successori non saranno lungimiranti come lui, si chiuderanno a poco a poco in una torre eburnea. Nel frattempo, l’Europa si dedicherà a sua volta alle scoperte e alle ricognizioni, entrando nella cosiddetta “Età dell’Oro”. L’Oriente perderà così la supremazia, la cederà all’Occidente che troverà la sua guida nell’America.
Una sfida tra pari
Sei secoli dopo, un nuovo imperatore cinese rivendica la leadership mondiale in nome dell’Oriente. E’ Xi Jinping, il segretario del Partito comunista e il Presidente dell’odierna seconda superpotenza. Xi, a cui si è agganciato Vladimir Putin, il Presidente della Russia, che diceva di aspirare a far parte dell’Occidente, ha assunto il comando dei Brics, l’acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, un’associazione alternativa ostile all’America e all’Europa, avviata a includere altre quindici Nazioni. Con essa, che rappresenta già metà dell’umanità ed è all’avanguardia delle innovazioni tecnologiche, il leader cinese intende mobilitare il “Sud globale”, una volta detto il Terzo mondo, ossia i Paesi poveri e in via di sviluppo, per porre fine al dominio occidentale. E’ una sfida epocale, più difficile da vincere di quella di Mao Zedong, il padre della Cina comunista di cui Xi è il vero erede. La sfida di Mao era solo ideologica, sotto di lui Pechino era decenni indietro rispetto a Washington in tutti i campi, e l’America e l’Europa avevano contenuto la sfida sovietica con la Guerra Fredda. Quella di Xi invece è una sfida totale tra pari.
Uscita allo scoperto
Il Presidente cinese, che sino alla scorsa settimana si era presentato come il garante della stabilità e sicurezza nel mondo, è uscito allo scoperto all’ottantesimo anniversario della vittoria sul Giappone nella Seconda guerra mondiale. Lo ha fatto al suono di ottanta colpi di cannone, con un dispiego di forza militare senza precedenti, ben diecimila uomini in marcia sul “Vialone Lunga Pace”, triade nucleare in bella vista (missili, droni ecc., di terra, aria e mare), aerei e sottomarini su giganteschi camion, vari dispieghi dei miracoli dell’intelligenza artificiale, uno spettacolo mai visto nemmeno sulla Piazza Rossa di Mosca all’epoca di Stalin e dei suoi successori. E con una drastica revisione della storia, affermando che non gli Stati Uniti e l’Inghilterra bensì la Cina e la Russia sconfissero il nazismo e l’imperialismo nipponico nel ’45, come se gli Usa non avessero sganciato le atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Il suo discorso è stato minaccioso: “Il mondo scelga tra la pace e la guerra, nessun bullo ci fermerà”, un chiaro riferimento a Trump. E ancora: “Il nostro esercito popolare di liberazione è una forza di classe mondiale”.
Cambio di atmosfera
Appena due giorni prima, alla conferenza annuale della Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, Xi era parso accomodante forse perché ospitava tra gli altri il Presidente dell’India Narendra Modi. Pechino e Nuova Delhi sono rivali storici, e il Presidente cinese aveva apertamente cercato di ricucire i loro rapporti, chiedendo a Modi di aiutarlo a promuovere “una nuova governance globale per un mondo ordinato e più giusto contro la turbolenza dei nostri tempi”. Putin lo aveva appoggiato caldeggiando “un nuovo sistema di pace” e Modi, che non visitava la Cina da sette anni, si era detto disponibile. Ma la rassicurante atmosfera di Shanghai, che aveva suscitato il plauso di Antonio Guterres, il segretario generale dell’Onu, è scomparsa alla colossale parata sulla Piazza Tienanmen di Pechino, a cui Modi non ha partecipato. Xi non si è limitato ad ammonire Trump di non provocarlo, pur senza pronunciarne il nome. Lo ha anche avvisato che “il grande rinnovamento della Cina è irreversibile” e che essa “è in grado di salvaguardare la sovranità, unità e integrità territoriale”, cioè di annettersi Taiwan.
La spinta di Trump
Perché Xi si sia avvicinato a Modi e subito dopo sia uscito allo scoperto è abbastanza chiaro. Lo ha indotto a farlo Trump, che si è inimicato entrambi con i mega dazi, che ha bombardato l’Iran e che ha consegnato Gaza a Israele allarmando tutti i Paesi che non sono amici dell’America. Il Presidente americano si è dato, per così dire, la zappa sui piedi da solo. Voleva limitare l’influenza della Cina nel mondo ma la ha accresciuta. Come tutti i suoi predecessori non voleva un’alleanza tra Mosca e Pechino ma la ha creata anche se potrebbe essere effimera, dato che Putin teme (ma lo nasconde) di essere fagocitato da Xi. Non voleva che l’India comprasse petrolio russo a prezzi di favore ma ha costretto Modi a sollecitare più forniture. Trump ha trattato i Brics come l’Ue, compresi il Brasile e il Sud Africa, da sudditi anziché da soci, e ora rischia di pagarne il prezzo. Dice di avere posto fine a sette guerre e di mirare al Nobel per la pace ma non riesce a fare molto per l’Ucraina ed è complice della tragedia umanitaria di Gaza. La sua politica estera è sinora la più disastrosa attuata dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni.
Sulle orme di Mao
Nulla di tutto ciò giustifica tuttavia l’inatteso e velato bellicismo di Xi, che ricorda quello di Mao così come il bellicismo di Putin ricorda quello di Stalin. E’ presto per accusare il Presidente cinese di avere instaurato un Mao 2, ma i suoi ultimi pronunciamenti e atteggiamenti sono quasi gli stessi del “Grande timoniere” della rivoluzione culturale del ’66 e delle guardie rosse. Xi è passato da una possibile trojka con Trump e con Putin, ciascuno con la sua sfera di influenza e in buoni rapporti tra di loro, a un falso multipolarismo di cui sarebbe occultamente padrone. La congerie di leaders da lui radunata a Pechino va dal dittatore bielorusso Lukashenko al dittatore nordcoreano Kim Jong-Un, vale a dire politici che violano sistematicamente i diritti civili e umani. Xi non sfida solo l’Occidente sfida anche la democrazia. Se vincesse, oltre che del primato nel mondo ci priverebbe altresì dei valori che ci hanno permesso di raggiungerlo. Nella imminente era dell’Intelligenza artificiale, che costituisce una minaccia per l’umanità come la costituì l’atomica, noi e l’Oriente resteremmo con ben poco di democratico.
Primo passo il negoziato
Senza dubbio i leaders europei si rendono conto di essere a una delle svolte più importanti dalla Seconda guerra mondiale, ma per rispondere alla sfida di Xi occorre che agiscano all’unisono con Trump. Con il suo protezionismo economico e espansionismo territoriale, “il Canada fa parte degli Stati Uniti, la Groenlandia è nostra”, Trump ha tolto ogni credibilità all’America come arbitro di un nuovo ordine mondiale, permettendo alla Cina di tentare di appropriarsene. Anziché dilettarsi a ribattezzare il ministero della Difesa “ministero della Guerra”, il Presidente statunitense dovrebbe dedicarsi al dialogo con gli avversari per evitare conflitti. Nelle democrazie il compito dei ministeri della Difesa non è di guerreggiare ma di prevenire le guerre in collaborazione con l’intero governo, e il massimo merito del Pentagono è di avere contribuito a sventare per ottanta anni il pericolo della guerra atomica. Poiché non è escluso che Xi ostenti i muscoli per ragioni di partito o di politica interna, come la necessità di consolidare il proprio potere contro i riformisti (esistono anche in Cina) il primo passo dell’Occidente dovrebbe essere il negoziato.
Il ruolo dell’Europa
E l’Europa? Ci risiamo. Sul problema Ucraina dà i primi segni di non essere l’Europa da operetta del passato. Sia forte anche sul problema Cina, riempia sia pure solo in parte il vuoto lasciato da Trump, dimostri di essere degna di condividere la guida del mondo con un’America daccapo democratica. Noi non siamo l’ultima spiaggia della democrazia, siamo una superpotenza semismilitarizzata ma cruciale culturalmente e tecnologicamente per un giusto progresso dell’umanità, che non è di certo quello perseguito da Xi. Nel secolo XV la storia vide il cambio della guardia ai vertici del mondo tra Oriente e Occidente, ma era un mondo assai diverso dall’attuale, il mondo delle due civiltà in limitati contatti tra di loro, di fatto diviso da fedi, leggi e costumi. Oggi una globalizzazione peraltro imperfetta abbatte le frontiere, accetta le diversità, alimenta nuovi rapporti, richiede cooperazione. Nei millenni l’Europa si è macchiata di colpe orrende ma ha sempre saputo redimersi e promuovere il bene dei cittadini. Nessuno promuove più di essa i diritti civili e umani, difende la dignità e i bisogni della persona, si adopra per la pace. Come ha detto il nostro presidente Mattarella, il suo contributo è indispensabile, e deve farlo pesare sugli aspiranti imperatori.
Ennio Caretto









