Sulla sentenza Eternit Bis della Corte di Cassazione, pubblichiamo un commento della giornalista Silvana Mossano, tratto dal suo blog silmos.it.
Eternit Bis: la sentenza, che condanna Stephan Schmidheiny a 9 anni e mezzo di reclusione per aver causato 91 morti da amianto, torna in Corte d’Assise d’Appello a Torino. Non è pronta per il terzo grado di giudizio.
Lo ha deciso la IV Sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Emanuele Di Salvo. Non è una questione che riguarda nello specifico la condotta dell’imputato, ma risponde alla doglianza dei suoi difensori per la mancata traduzione in tedesco della sentenza stessa.
L’esito dell’udienza, che si è svolta mercoledì 11 febbraio a Roma, è arrivato nel tardo pomeriggio dello stesso giorno: annullamento per omessa traduzione.
Che cosa significa? Che la Suprema Corte ha accolto la lamentela dei difensori sul fatto che il verdetto di secondo grado e le relative 600 pagine di motivazioni non erano state tradotte in tedesco, lingua conosciuta all’imputato. Benché la Corte d’Assise d’Appello abbia spiegato che, a suo parere, l’imprenditore svizzero comprende l’italiano (e ne abbia argomentato le circostanze), la Cassazione ha comunque disposto che si proceda alla traduzione.
È stato uno dei punti dibattuti nell’udienza che si è svolta tra le 12 e le 14,30 di mercoledì. All’udienza pubblica erano presenti il sindaco di Casale Emanuele Capra e la capo di gabinetto Cecilia Strozzi, in rappresentanza della collettività casalese, oltre a una delegazione dell’Afeva (Associazione famigliari e vittime amianto) che ha pure allestito un presidio davanti al Palazzo.
Dopo una breve esposizione riassuntiva da parte del giudice relatore, ha parlato il sostituto procuratore generale Paolo Andrea Maria Fiore. Non si è limitato a commentare le eccezioni contenute nel voluminoso ricorso difensivo (le aveva già stigmatizzate in una memoria depositata nei giorni scorsi), ma è soprattutto entrato nelle questioni di merito, tra cui il nesso causale (cioè il collegamento tra la condotta dell’imputato e l’insorgenza dei singoli casi di mesotelioma).
Le parti civili – in particolare gli avvocati Esther Gatti, Maurizio Riverditi e Giacomo Mattalia – sono intervenuti su vari aspetti, tra cui anche la traduzione.
Poi l’hanno fatto i difensori, Astolfo Di Amato e Guido Carlo Alleva, ribadendo l’assoluta necessità della traduzione per un cittadino svizzero tedesco quale è Stephan Schmidheiny che – loro insistono – “non conosce e non parla l’italiano”. Concetto che, insieme ad altri, avevano già diffusamente argomentato nel ricorso di circa 530 pagine contenenti i punti di contestazione della sentenza della Corte d’Assise d’Appello. Il verdetto, tra l’altro (a parte una parziale riforma e riduzione della pena dovuta soprattutto alle inevitabili prescrizioni sopraggiunte) ha ricalcato l’impianto del giudizio di primo grado della Corte d’Assise di Novara (che, analogamente, aveva già riconosciuto colpevole Schmidheiny di omicidio colposo aggravato, condannandolo a 12 anni).
La difesa ha altresì portato all’attenzione altre argomentazioni: oltre che sulla capacità di comprensione dell’italiano da parte dell’imputato, anche sul “ne bis in idem” (richiamando una sentenza della Corte di Giustizia europea del settembre 2025) e sul nesso di causalità.
Ora, la sentenza da Roma torna a Torino. La Corte d’Assise d’Appello darà incarico a uno o più interpreti per la traduzione. Successivamente, l’atto, in duplice copia (in italiano e in tedesco), sarà ridepositato in cancelleria; verranno quindi rinnovati i ricorsi (o il solo ricorso della difesa) da inviare in Cassazione e si rifisserà una nuova udienza a Roma.









