A meno di una settimana dalla “Operazione risolutezza assoluta”, il blitz militare a Caracas, Trump ha fatto con la stessa assoluta risolutezza un blitz finanziario in Groenlandia, specialità della casa. Il Presidente americano ha offerto ai 57 mila membri della comunità Inuit, originaria del Paese, fino a 100 mila dollari a testa affinché si proclamino indipendenti dalla Danimarca di cui la Groenlandia, appetita anche dalla Russia e dalla Cina, è un territorio autonomo. E accettino naturalmente di fare parte dell’Impero americano in cambio di una futura ricchezza personale. Una offerta da accattone, di nemmeno 6 miliardi di dollari, se mi è permesso lo sgarbo, visto che la Groenlandia con le sue colossali risorse naturali potrebbe valere oltre 4 mila miliardi. Una offerta, tra l’altro, già respinta dal governo Inuit e che rischierebbe di generare un’asta se l’Ue o altri potentati si facessero avanti. Peggio ancora, una offerta che non precluderebbe a Trump di ricorrere alla forza qualora non gli rimanessero alternative, non con bombardamenti è ovvio, ma con uno sbarco aeronavale a cui nessuno riuscirebbe a opporsi.
Il trattato del 1951
Bisogna evitare che Trump, che la considera parte integrante dell’emisfero occidentale, o meglio dell’emisfero americano, si appropri della Groenlandia perché essa è essenziale non solo per la sua sicurezza come afferma ma anche per la nostra, dato che ospita una base Nato e soprattutto perché tocca a Copenaghen e Nuuk, la capitale Inuit, e non a Washington, decidere del destino del Paese. Inoltre Trump ha già un qualche controllo della Groenlandia grazie al trattato del 1951 con la Danimarca, allora sovrana di essa, trattato sottoscritto poi dagli Inuit, che gli consente di costruire quanti impianti e infrastrutture voglia. Un suo ricorso alla forza sarebbe l’evento più destabilizzante dell’ordine mondiale stabilito 80 anni fa al termine della Seconda guerra, di cui la Russia e la Cina, che considerano la Groenlandia un perno strategico globale cercherebbero di vendicarsi più tardi con la presa dell’Ucraina e Taiwan. Un evento che potrebbe segnare l’inizio della fine dell’Alleanza Atlantica e del suo braccio armato, la Nato, i pilastri che sorreggono l’Occidente e mantengono gli equilibri politici e militari internazionali.
La massima sfida all’Europa
Insieme all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, questa di Trump è la massima sfida mossa all’Europa dalla nascita della Cee o Comunità Economica Europea a Roma nel 1957, quasi 80 anni or sono. Non a caso Trump la ha lanciata dopo avere attaccato il Venezuela e averne catturato il presidente Nicolas Maduro con la pretestuosa accusa di narcotraffico e terrorismo e avere bloccato due petroliere ombra russe in acque internazionali, proprio in un anno simbolico per gli Stati Uniti, il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza. C’è una stretta correlazione tra il blitz di Caracas per appropriarsi del petrolio venezuelano, la sua ”offerta da non rifiutare” di acquistare la Groenlandia e il suo dominio degli oceani. Il vero motivo del blitz fu di scacciare dal Venezuela la Russia, Cuba e soprattutto la Cina che stavano per prenderne possesso, un’intrusione nella casa americana. Il Presidente, che ha minacciato anche la Colombia e il Messico, prossimi possibili bersagli perché rifiutano di divenire suoi sudditi, ha indicato che unirà l’intero suo emisfero e che navigherà ogni mare per trarne il massimo profitto.
Fondamentale un compromesso
E’ difficile impedire a Trump di condizionare il suo emisfero, tanto che il Presidente russo Putin e quello cinese Xi, consci di non potere fermarlo, non hanno reagito alle sue due “operazioni”. Ma se non verrà posto un limite agli appetiti territoriali del Presidente americano, che a inizio mandato si riprese il Canale di Panama caduto nelle mani di Pechino, ne andranno di mezzo altri Paesi. L’Ue non deve ossequiarlo, anzi ha l’obbligo morale di aiutare la Danimarca e gli Inuit, i quali vogliono sì l’indipendenza ma sono disposti solo a formare una “libera associazione” con gli Stati Uniti, non a incorporarsi in essi. Trump ha avvertito che prenderà la Groenlandia “con le buone o le cattive” perché se non lo farà “la prenderanno la Russia e la Cina”, e senza dubbio è vero. Il punto però è che egli può assurgere a “number one” numero uno groenlandese e sottrarre a Mosca e a Pechino le cruciali rotte nordiche senza ridurre la sterminata isola a una colonia e senza estrometterne l’Ue. Un compromesso è fondamentale per la preservazione dell’Occidente, sarebbe la prova che è unito e indurrebbe Putin e Xi a riflettere.
Europa marginalizzata
Troppi sono gli indizi che Trump è pronto a sbarazzarsi di noi europei per raggiungere i propri obbiettivi, dal suo monito che “senza gli Stati Uniti la Nato non fa paura alla Russia e alla Cina” al suo rifiuto di contribuire alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e alla sua graduale uscita da oltre sessanta organismi e accordi internazionali, “tutti falsi” secondo il segretario di Stato Rubio. Fiona Hill, la politologa che fu suo consigliere nel suo primo mandato dal gennaio 2017 al gennaio 2021, ha svelato che nel 2019 il Cremlino propose alla Casa Bianca un baratto vergognoso, il Venezuela agli Usa e l’Ucraina alla Russia. Un retroscena angosciante anche se non se ne fece nulla, ma adesso l’Ucraina è in bilico e se la crisi della Groenlandia non verrà risolta Trump le volterà sicuramente le spalle. Il Presidente americano è esasperato dal conflitto, diffida dell’Europa perché “socialista”, la giudica una concorrente e un peso assieme, pensa che sia nel suo interesse personale e in quello degli Stati Uniti intrecciare stretti rapporti con la Russia in particolare in campo finanziario in modo da staccarla a poco a poco dalla Cina.
Il peso del dollaro
Comprare altri Paesi o annetterseli è una tradizione statunitense. Nei due secoli passati gli Stati Uniti acquistarono la Luisiana dalla Francia e l’Alaska dalla Russia e strapparono la California e il Texas al Messico dopo una lunga guerra. Ma assai diversa è la posizione della Groenlandia, una associata (non membro) della Nato e della Ue tramite la Danimarca, che nel 1941 fu occupata dalle truppe americane per proteggerla dall’invasione nazista, e che accoglie con piacere gli investimenti di Washington. La Danimarca respinse due volte l’approccio della Casa Bianca, prima a fine Ottocento e poi nel 1946, quando il presidente Truman le offrì 100 milioni di dollari in lingotti d’oro, oggi equivalenti a 13 miliardi, e pertanto Trump non poteva aspettarsi un immediato sì da essa o dagli Inuit. Ma il tycoon, assetato di gas e di petrolio, risorse che costituiscono vere e proprie armi se usate come sanzioni contro Paesi ostili, pretende di avere il monopolio di quelli groenlandesi, che si calcola abbiano un valore di oltre 1.500 miliardi dollari. Sono risorse che per l’Europa farebbero una differenza enorme se restassero nel suo ambito.
Entro novembre
Nel braccio di ferro sulla Groenlandia l’Ue tenga conto che Trump dovrà vincerlo o dovrà scendere a un compromesso parecchio prima delle elezioni parlamentari del prossimo novembre, nelle quali potrebbe perdere il Congresso, attualmente nelle mani del suo partito, i repubblicani. In base alla legge infatti il Presidente ha bisogno che la Camera gli stanzi i fondi per l’acquisto e che il relativo trattato venga approvato da una maggioranza dei due terzi dal Senato. Se anche solo una delle due Camere finisse nelle mani dei democratici ciò non gli sarebbe più possibile. C’è quindi il pericolo che di fronte a un “no” definitivo Trump, da tempo nelle vesti del “Giustiziere della notte”, s’installi in Groenlandia nei prossimi mesi: lo farebbe nelle tenebre, non avrebbe bisogno di usare armi, e gli basterebbe dispiegare truppe sul terreno. In assenza di un conflitto, il Congresso non riuscirebbe a invocare il “Power act” la Legge sul potere di guerra, che vieta ai Presidenti di aprire un conflitto senza la sua previa autorizzazione, e a imporgli il ritiro dalla Groenlandia. L’Europa si troverebbe alle prese con un inalterabile fatto compiuto.
Alleanza da preservare
L’Ue è chiamata a preservare l’Alleanza Atlantica con la stessa risolutezza assoluta con cui Trump applica la dottrina Monroe, o Donroe, al suo emisfero. L’Atlantico deve unire l’America e l’Europa come ha fatto per due secoli, non dividerci. Il Presidente americano sostiene di avere un solo limite, “la mia moralità”, ma è un bluff. In America Latina potenze come il Brasile e l’Argentina hanno preferito l’Ue agli Usa formando il Mercosur, un’area di libero scambio di 700 milioni di persone con la Germania, l’Italia e altri Paesi europei. A Washington cinque senatori repubblicani hanno votato contro Trump per un disegno legge dei democratici che gli vieterà un altro blitz militare in Venezuela, la prima ribellione congressuale al tycoon. E nella maggioranza del mondo riscuote consensi la causa dell’indipendenza Inuit anche per note ragioni ecologiche. Trump è in calo nei sondaggi, episodi come l’uccisione di una pacifista madre di tre figli a Minneapolis per mano della polizia antimigranti evocano il fantasma di una guerra civile. Il novembre venturo Trump potrebbe essere “un’anatra zoppa”, un Presidente dimezzato.
Ennio Caretto








