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Guerra di Gaza, l’ “arma” dell’Unione Europea

"Restare senza fare nulla è immorale e il rischio è anche quello di diventare complici del dramma umanitario palestinese"

Redazione di Redazione
8 Settembre 2025
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Cittadina, Cronaca, Prima Pagina
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Il giornalista Ennio Caretto

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Molti di noi o meglio i più di noi ce l’hanno con il Presidente americano Trump per il suo bullismo e narcisismo, ma più che con lui noi tutti dovremmo avercela con il premier israeliano Netanyahu e con il Presidente russo Putin per i crimini da loro commessi nelle loro interminabili guerre. Trump potrà anche avere le mani sporche di sangue, non lo sappiamo, ma non sistematicamente né quanto loro due. Da quasi due anni Netanyahu e da quasi tre anni e mezzo Putin, questi violatori dei diritti umani hanno compiuto e continuano a compiere vere stragi di innocenti. L’intera Gaza, che doveva essere la colonna portante del futuro Stato della Palestina, e quasi un quarto dell’Ucraina sono ridotti a uno spaventoso cimitero. Desta sdegno soprattutto il martirio dei palestinesi. Si calcola che a Gaza ben l’83 per cento delle vittime siano civili, di cui buona parte bambini, mentre in Ucraina le vittime sono in grande maggioranza militari. Papa Leone XIV ha accoratamente invocato che Netanyahu e Putin pongano fine alla distruzione e al terrore: “Basta all’orrore e alla morte, supplico che siano liberati gli ostaggi e tutelati i civili”.

Disumanità con radice comune

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La disumanità di Netanyahu e di Putin ha una fonte comune. Entrambi sono convinti che i popoli nemici, i palestinesi e gli ucraini, non abbiano e non debbano avere una Nazione. Per Netanyahu, la Palestina non è mai esistita e non esisterà mai come per Putin non è mai esistita e non esisterà mai l’Ucraina. Il premier israeliano, che chiama la Cisgiordania “Giudea e Samaria” e vuole sottrarla al nemico, ha citato se stesso: “Dissi 25 anni fa che avremmo impedito la creazione di uno Stato della Palestina e lo stiamo facendo”. Putin, che chiama “Nuova Russia” le regioni ucraine del Donbas e di Donetsk da lui invase e che se potesse si annetterebbe l’intera Ucraina, sostiene che essa “non ha una lingua né una cultura proprie”. E mentre lo zar reagisce alle accuse di imperialismo ribattendo che l’Ucraina e i suoi difensori sono tutti nazisti, Netanyahu resiste alle proteste di massa in tutto il mondo inclusa Israele definendole “antisemite”. Ne sa qualcosa il presidente francese Macron, che ha chiesto al premier israeliano di uscire “dalla fuga in avanti assassina di una guerra permanente a Gaza”. “E’ l’alfiere dell’antisemitismo” ha tuonato Netanyahu.

Il ruolo di Hamas

E’ chiaro che raggiungere la pace a Gaza con Netanyahu al potere è estremamente difficile se non impossibile, anche perché Trump lo appoggia. Ma finché durerà la guerra, in Israele nessuno indirà le elezioni a meno che il popolo israeliano non si rivolti, e il premier resterà al suo posto. La colpa dello stallo nei negoziati di pace non è tuttavia solo di Netanyahu bensì anche di Hamas, che conta sul protrarsi del conflitto per recuperare il controllo di Gaza e ottenere quello della Cisgiordania, e che rifiuta pertanto di rilasciare tutti gli ostaggi, si presume una ventina. Hamas è un movimento terroristico e una spietata dittatura che ha usato e usa la causa palestinese coordinandosi con i suoi equivalenti in Libano, Hezbollah, e nello Yemen, gli Huthi, e con l’Iran, il loro grande burattinaio, per imporre la teocrazia e il radicalismo islamici nel Medio Oriente e nel Golfo Persico. Non a caso, il suo peggiore nemico è l’Autorità Palestinese, l’erede del leader storico Arafat, che ha gestito la Cisgiordania, e che Hamas intende eliminare. Si può perciò dire che per risolvere il problema di Gaza bisogna che sia Netanyahu sia Hamas escano di scena.

America e Unione Europea divisi

Una svolta del genere sarebbe più facile se l’America e l’Europa agissero all’unisono. Ma non lo fanno, da parte americana perché Trump non ha rinunciato al suo progetto di Gaza “Riviera del Mediterraneo” e da parte europea perché l’Ue è frammentata come di consueto. Svezia e Olanda chiedono sanzioni contro Israele, Francia Inghilterra e Spagna minacciano di riconoscere lo Stato della Palestina, Germania e Italia esitano sebbene la premier Meloni denunci Netanyahu: “Non si può tacere di fronte a una reazione andata oltre al principio di proporzionalità mietendo troppe vittime tra la popolazione”. Eppure l’Ue uno strumento di pressione ce l’ha, ed è l’Accordo di associazione tra di essa e Israele, che potrebbe essere sospeso o modificato. Non lo si tocca per non fare il gioco di Hamas, che è riuscito a procurarsi l’appoggio di molte sinistre europee e fomenta l’antisemitismo. E purtroppo non premono su Hamas, al contrario lo sostengono, le potenze che più hanno influenza su di esso, dall’Iran alla Russia, che hanno tutto l’interesse a dividere e indebolire l’Occidente ed estrometterlo dal mondo dell’Islam.   

Le iniziative degli Stati Uniti

Prima di vedere che iniziative potrebbe assumere l’Europa, vediamo quali iniziative ha assunto di nascosto l’America. La settimana scorsa, l’ex premier inglese Tony Blair e il genero di Trump Jared Kushner hanno consegnato alla Casa Bianca un piano per il dopoguerra a Gaza. Si tratterebbe della rimozione di Hamas dal potere nella striscia, rimozione che spingerebbe Netanyahu ad accettare un armistizio. Netanyahu starebbe preparando il terreno con la evacuazione forzata di oltre un milione di palestinesi dalla città di Gaza, la cosiddetta “Operazione Carri di Gedeone 2” che culminerà a giorni, quando avrà a disposizione 60 mila riservisti. Gli evacuati si accamperebbero ai confini con l’Egitto e lungo un breve tratto di costa. Si ignora chi governerebbe il territorio, quasi di certo non l’Autorità Palestinese, e comunque di fatto Israele ne avrebbe il controllo politico e militare. Va ricordato che Blair mediò tra Israele e la Palestina per ben otto anni, dal 2007 al 2015, senza però ottenere grandi risultati, e da una posizione diversa. L’ex premier inglese parve allora più vicino alla Palestina, oggi sembra più vicino a Israele.

La necessità di un armistizio

Nessuno sa che cosa il piano americano per il dopoguerra preveda per il popolo palestinese di cui solo una parte rimarrebbe a Gaza. Ma per quanto ingiusto fosse, sarebbe benvenuto se portasse a un cessate il fuoco, anche perché a quel punto l’Ue potrebbe cercare di modificarlo. I bagni di sangue e le deportazioni interne devono finire, le carestie e le malattie devono essere stroncate e il principio che neppure in guerra si spara sui bambini e sulle donne o li si affama va rispettato a ogni costo. Le atrocità a cui assistiamo e “le uccisioni per sbaglio” di migliaia di cittadini disarmati financo nelle chiese, negli ospedali, tra i giornalisti sono una nefanda macchia sulla nostra civiltà. Un armistizio è cruciale perché condurrebbe a trattative politiche sull’assetto territoriale, ma malauguratamente su di esso l’Ue e gli Usa sono agli antipodi, l’Ue è dalla parte della Palestina, gli Usa dalla parte di Israele. Lo ha confermato il segretario di Stato Rubio negando il visto ad Abu Mazen, il Presidente dell’Autorità Palestinese, per l’Assemblea annuale dell’Onu a New York, una misura illegale ha protestato Abu Mazen, ed è necessario che l’Ue intervenga. 

Doppio intervento

L’intervento deve essere duplice, umanitario e politico. Quello umanitario abbia la precedenza, i palestinesi hanno bisogno di soccorsi alimentari, sanitari e logistici immediati, muoiono di stenti e di sofferenze e non soltanto più sotto le bombe. Netanyahu non è Hitler, tuttavia il loro tormento incomincia a ricordare quello degli ebrei all’epoca dei nazisti. Il premier, che respinge con furia l’accusa di genocidio, ha l’obbligo di dimostrare che la tragedia dei palestinesi tale non è lasciando il passo libero alle istituzioni e organizzazioni pronte ad aiutarli e proteggendole invece di  fermarle o di attaccarle. Glielo chiede anche la maggioranza del popolo israeliano ormai stanco della guerra. A questo riguardo, l’Europa faccia sentire la sua voce a Trump. Il Presidente americano smetta di condonare il comportamento di Netanyahu e le sue provocazioni, come le nuove cosiddette colonie israeliane in Cisgiordania. Segua l’esempio di un suo predecessore, Bush padre, oltre trent’anni fa. Quando l’allora premier Israeliano Shamir aprì quegli insediamenti, Bush senior smise di finanziarlo. Trump faccia lo stesso, e finanzi aiuti umanitari.

Le possibili mosse dell’Europa

Utopia? Sfortunatamente sì, per quanto concerne l’America, ma per l’Europa no. L’Ue può rendere a Netanyahu difficile se non impossibile continuare sulla sua strada adottando una dura politica di sanzioni e di isolamento. Il suo Accordo di associazione con Israele glielo consente e i ministri degli esteri europei ne hanno discusso al loro vertice di Copenaghen. Si blocchi la licenza di esportazioni di armi a Israele, non si finanzino più progetti israeliani a doppio uso, civili e militari, si sanzionino  tutti coloro che sono coinvolti nel conflitto, si ritirino i sostegni difensivi e così via, e si prema sul premier finché non negozi. Restare senza fare nulla, “spettatori irrilevanti” come ha deprecato l’ex nostro premier Mario Draghi, non è solo immorale, rischia anche di renderci complici del dramma umanitario palestinese. Affrontare Netanyahu non è appoggiare Hamas, al contrario è rendere a tutti chiaro che noi europei combatteremo qualsiasi violenza. Che lo capiscano o no, sia il premier sia i terroristi islamici sono avviati verso il tramonto. Alla fine prevarranno la pace e la ragione, e i palestinesi avranno una loro Nazione.

Ennio Caretto

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Tags: CarettoEuropaGaza
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