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Il ministro della Guerra santa

Pete Hegseth mira a fare delle forze armate un corpo religioso, politicizzato e combattente, dedito a Trump

Redazione di Redazione
10 Aprile 2026
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Casale, Cittadina, Cronaca, Prima Pagina, Primo Piano
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Il giornalista Ennio Caretto

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“Deus vult!”, Dio lo vuole! A questo grido, la prima crociata conquistò Gerusalemme nel 1099 sottomettendone la popolazione islamica. Il grido se lo è fatto tatuare sul bicipite Pete Hegseth, il ministro della Difesa americano, o meglio il ministro della Guerra come ama proporsi. Hegseth è religioso, un fondamentalista, anzi un ultras cristiano. Per lui, che ostenta il tatuaggio e rappresenta lo zoccolo duro del trumpismo più del vice presidente Vance, quella in corso nel Golfo Persico è la nona crociata, l’unica dal 1274. O meglio è la Guerra santa del “Bene” (l’America) contro il “Male” (l’Iran). Ma ciò equipara Hegseth, che sogna di conquistare Teheran, agli Ayatollah iraniani, stando a cui l’America è “il Grande Satana”. La realtà  è un’altra: la guerra non è di religione, è politica ed economica perché Trump e il premier israeliano Netanyahu vogliono controllare il Golfo Persico il Medio Oriente e il loro petrolio. Blasfema è la visione del cristianesimo di Hegseth e della guru della Casa Bianca Paula White che dice di Trump:  “E’ come Gesù”. Cristo non è il Dio dei vincenti, è il Dio del perdono. Lo dimostrò San Francesco visitando nel 1219 il sultano al Malik – al Kamil, nipote di Saladino, che lo accolse con rispetto, un esempio di dialogo tra le fedi.

“Scontro delle civiltà”

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Non è la prima volta che un leader americano paragona a una crociata lo “scontro delle civiltà” tra cristianesimo e islamismo anticipatoci dal politologo Samuel Huntington negli anni Novanta. Per citarne una, lo fece il presidente Bush Jr. poco dopo la strage delle Torri gemelle di Manhattan del 2001 a opera degli estremisti islamici di Al Qaeda. La first lady Laura lo costrinse a ritrattare ma citando “un padre superiore” (Dio) Bush Jr., altro fondamentalista, s’inventò “la missione divina” di distruggere l’Iraq e di scatenare una guerra globale contro il terrorismo. E’ tuttavia tradizione che il ministro della Difesa e il Pentagono, i generali, non mescolino politica, affari e armi alla religione come invece avviene sotto Trump. I più si attengono al principio della  separazione dei poteri e alla osservanza della democrazia, si chiedono se una guerra sia giusta o sia ingiusta, e prima di muoverla attendono l’assenso del Congresso, il Parlamento. Il loro obbiettivo finale è la pace. Lo fu anche per Robert McNamara, il più brillante dei “cervelli” dei presidenti Kennedy e Johnson, che promosse la Guerra del Vietnam nel 1961. McNamara se ne pentì e nel 1966 consigliò a Johnson di porvi termine cessando i bombardamenti e negoziando. Al rifiuto del Presidente si dimise. 

Guardia pretoriana

Per questo motivo Hegseth, un falco biblico che non onora questa tradizione, sta “purgando” in massa i generali che obbiettano al suo bellicismo, i cappellani che lo accusano di crimini di guerra (non contro l’umanità) e gli alti ufficiali donne, a suo giudizio incapaci di battersi sul campo. E sta censurando i media, si tratti di immagini o di scritti, obbligandoli a ricorrere alla magistratura. La sua vittima più insigne è stato Randy George, il Capo di stato maggiore dell’esercito, colpevole di dubitare dei progetti di Trump. Il suo posto è andato al generale Christopher La Neve, che sebbene cattolico è ritenuto “assai più in sintonia” con il Presidente. Il piano di Hegseth è chiaro: mira a fare delle forze armate un corpo religioso, politicizzato e combattente, ciecamente dedito a Trump e non alla Costituzione, da lui sempre ignorata. Anche qui c’è una qualche analogia con gli Ayatollah e la loro Milizia, i Pasdaran, la Guardia rivoluzionaria. Al Presidente americano non basta l’Ice (Controllo immigrazione e dogana) che oltre a dare la caccia ai clandestini reprime l’America al suo interno suscitandone la ribellione, come capitò nel Minnesota. Trump vede nel Pentagono la sua Guardia pretoriana ed Hegseth gliela renderà tale.

La reazione di papa Leone

Ascoltiamo il ministro della Guerra americano mentre narra che dispiegare le truppe in Iran è parte del disegno di Dio (ma ha dimenticato le tragedie in Iraq dove prestò servizio militare?). “Che ogni proiettile colpisca il bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande Nazione – ha detto a una cerimonia religiosa -. Che Dio ci doni unità incrollabile (in altre parole: dissenso è tradimento) e una violenza d’azione schiacciante contro coloro che non meritano pietà”. E ascoltiamolo quando cita Re Davide dalle Scritture: “Ho inseguito i nemici e li ho raggiunti… quelli che mi odiano li ho distrutti … hanno gridato al Signore ma non ha risposto loro… le anime malvagie siano consegnate alla dannazione eterna”. Non sorprende la reazione di papa Leone XIV: “Questo è il nostro Dio, Gesù Re della pace, un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificarla, che non ascolta chi la fa perché le sue mani grondano di sangue”. E aggiunge il Pontefice: “Dio non serve al potere e a far vincere, idolatrie e bestemmie ne sporcano le immagini”. Il suo richiamo non potrebbe essere più forte, Trump e Hegseth sono sulla strada sbagliata come Netanyahu a Gaza, l’Iran deve essere contenuto, rinunciare all’atomica e al terrorismo, ma non obliterato.

Più influente di Vance

In America, mentre il Pentagono obbedisce al Presidente, almeno al momento, i media democratici e indipendenti fanno eco a papa Leone XIV ma al veleno. New Republic accusa Hegseth di “parlare della sua capacità di seminare terrore e morte con un compiacimento che dovrebbe allarmare ognuno di noi”. Lo show televisivo Saturday night live lo chiama “il ministro delle operazioni ammazziamo tutti”, un riferimento alla sua spietata guerra contro i narcos nei Caraibi. Il New York times depreca che si ispiri al ricostruzionismo cristiano del pastore Douglas Wilson, peraltro meno falco biblico di lui, il quale adatta le scritture a un implacabile nazionalismo cristiano. Ma come Trump, Hegseth pare immune dagli attacchi e dalle critiche. Dapprima ritenuto un personaggio assurdo, adesso è di fatto il numero due dell’amministrazione Trump, più influente sia di Vance che del segretario di Stato Rubio, entrambi aspiranti alla presidenza nel 2028. Due traumatici eventi potrebbero però causare la sua caduta e segnare l’inizio della fine del trumpismo: la sconfitta o l’impantanamento Usa in Iran e la rivolta dell’elettorato cattolico americano, che nel 2024 votò per Trump, alle elezioni parlamentari del prossimo novembre, una rischiosa resa dei conti.

L’ascesa di Hegseth

“La resistibile ascesa di Arturo Ui” del 1941 è uno dei capolavori del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, e racconta delle fortune di un immaginario gangster di Chicago (nella politica l’omologo di Hitler). Hegseth non è un gangster né è Hitler. Ma come quella di Ui la sua ascesa era resistibile. Hegseth è stato un ufficiale dell’esercito, un giornalista e uno scrittore di successo. Ha debolezze, dalla megalomania alla vanità e a sospetti episodi di alcolismo e di violenza, che gli sarebbero costata la nomina a ministro se Vance non lo avesse aiutato rompendo l’impasse al Senato spaccato esattamente in due, 50 voti pro 50 contro. Non ha carisma né empatia e non è mai stato eletto a una carica pubblica pur avendo guidato vari gruppi di pressione repubblicani. Si può dedurre che Trump gli abbia assegnato il Pentagono perché lo ripulisse dai generali che nel 2021 si opposero al suo tentativo di golpe, e perché castigasse gli alleati che lo avevano contestato nel suo primo mandato. Come conferma il suo libro “American crusade”, La crociata americana, un titolo inevitabile nel suo caso, Hegseth è uno dei politici più antieuropei mai apparsi a Washington, forse un merito per Trump che minaccia di disimpegnarsi dall’Ucraina e dalla Nato.

Contro l’Europa e la Nato

Non c’è dubbio che se le cose andranno male il Presidente si sbarazzerà del suo ministro, e sarà un bene innanzitutto per l’Europa. Ma nel frattempo Hegseth, che ci considera non alleati bensì nemici, disunirà ulteriormente l’Occidente e indebolirà irrimediabilmente la Nato. E’ difficile che Trump abbandoni del tutto l’Alleanza Atlantica, sebbene un giorno sì e un giorno no tuoni che lo farà. Per legge deve esserne autorizzato dalla maggioranza semplice del Senato e la Camera o dai due terzi del solo Senato. Se violasse la legge lo fermerebbe la magistratura, e comunque molti repubblicani lo contrasterebbero, ben sapendo che la Nato contribuisce enormemente alla ricchezza dell’America la quale non può fare a meno delle sue basi europee. E’ più probabile che Trump ritiri parte delle truppe americane dall’Europa e che usi i fondi da noi versatigli per l’Ucraina per rafforzare le difese Usa. Uno dei suoi insulti, “la Nato è una tigre di carta e lo sa anche Putin”, potrebbe nascondere il suo proposito di abbandonare Kiev e di lasciarci l’onere di salvarla dalla Russia, insieme a quello di tenere aperto lo stretto di Hormuz nel Golfo Persico. Suona nuovamente la sveglia per l’Europa, incapace di rendersi superpotenza pur avendone i mezzi.

No alla sudditanza

L’Occidente non ha bisogno di despoti alla Trump né di falchi biblici alla Hegseth, e l’Europa non può atteggiarsi a loro suddita. Dobbiamo unirci e riarmarci non perché siamo “guerrafondai” come si diceva un tempo ma perché dobbiamo diventare indipendenti e perché nel mondo attuale, dove prevale la violenza, occorre avere un deterrente. Con esso aumenterebbe di molto il nostro potere negoziale e rimarremmo il faro della civiltà cristiana, la più umanitaria della storia.

Ennio Caretto

  

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Tags: CarettoGuerra santaHegseth
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