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“Incubo droni” nei cieli europei

E’ tornata la Guerra fredda ma in versione ipertecnologica, il principale bersaglio resta la Germania come ai tempi dell’Urss

Redazione di Redazione
9 Ottobre 2025
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Casale, Cittadina, Cronaca, Prima Pagina, Primo Piano
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Il giornalista Ennio Caretto

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Mi sono spesso chiesto perché Putin abbia attaccato l’Ucraina nel 2022 e non prima. Senza dubbio, non lo fece nel 2020 temendo che “il nemico”, il presidente americano Joe Biden, venisse rieletto e intervenisse. Né nel 2021 perché dopo la elezione dell’“amico” Donald Trump ebbe bisogno di un anno di preparativi, forse più. Ma ho il sospetto che scelse il 2022 per l’attacco anche perché un secolo prima, per l’esattezza nel dicembre del 1922, l’Urss si era annessa l’Ucraina, proclamata il precedente ottobre Repubblica sovietica dopo una guerra civile durata cinque anni. Cultore della storia patria, lo zar volle sottolineare che la Russia si riappropriava di un proprio territorio. Per il popolo ucraino quella del 1922 fu una tragedia, da allora ricordata come l’Holomodor, il genocidio per fame. Joseph Stalin, il leader supremo dell’Urss, confiscò tutte le risorse agricole facendo morire oltre 6 milioni di persone, un quarto della popolazione rurale, donne e bambini inclusi. Un’infamia che l’Ucraina non perdonò mai e tuttora non perdona al Cremlino.

“Guerra patriottica contro il nazifascismo”

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Oggi Putin non rievoca l’Holomodor, sapendo bene che fu peggio dello sterminio dei palestinesi ad opera di Israele nella Guerra di Gaza. Giustifica invece la Guerra dell’Ucraina come una “guerra patriottica contro il nazifascismo” dipingendo il presidente Vlodymyr Zelensky come Adolf Hitler, il folle genocida degli ebrei nella Seconda guerra mondiale, e pratica una pulizia etnica occulta, sequestrando bambini e famiglie per indottrinarli come russi. Non solo, pur di sottomettere Kiev minaccia l’Unione Europea e la Nato, l’Alleanza atlantica, di ricorrere all’atomica se interferiranno in qualche modo nel conflitto. La sua barbarie mi riporta a un famoso libro del 1928,  “Nulla di nuovo sul fronte occidentale”, dello scrittore tedesco Henry Maria Remarque, che narrò della futilità e degli orrori della Prima guerra mondiale in Europa a cui aveva partecipato. Non so se Putin abbia mai letto il libro, ma sospetto che se lo avesse fatto avrebbe ordinato che fosse bruciato e non si sarebbe comportato diversamente da come si comporta adesso.

Conflitto ibrido

Nel 1985, all’apice del disgelo tra gli Usa e l’Urss che produsse il crollo del Muro di Berlino prima e dell’Impero sovietico poi, ci illudemmo di potere raccogliere “i dividendi della pace”, i frutti di una era di concordia, come li chiamò il leader comunista Giorgio Napolitano,  futuro Presidente della Repubblica italiana. Ma ora ci troviamo alle prese con la Guerra ibrida, la versione ipertecnologica della Guerra fredda, e siamo costretti a erigere un Muro antidroni sul fronte orientale, il confine che dall’Ucraina e la Polonia sale ai Baltici separando l’Ue dalla Russia. Un muro indispensabile alla nostra sopravvivenza, ha ammonito la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen visto che Putin viola i nostri cieli con droni lanciati dalla terra e dai mari, droni sinora non dotati di esplosivi ma forse capaci di uccidere. E lo fa in quantità incredibili, 9 nel 2021, 446 nel 2023 e, chissà, un migliaio più o meno quest’anno. Il loro bersaglio principale è lo stesso della scomparsa Urss, la Germania, tanto che il governatore della Baviera Markus Sodor ha chiesto di “abbatterli anziché aspettarli” prima che sia troppo tardi.

L’allarme di Rutter

Scusate il gioco di parole: troppo di nuovo sul fronte orientale, ci fa capire il segretario generale della Nato Mark Rutter: “Siamo tutti in pericolo”. E precisa che sul fronte non ci sono soltanto le ex Repubbliche europee dell’Urss non ancora membri dell’Ue, ma ci siamo anche noi: “I più avanzati missili russi – dice – possono colpire Roma, Amsterdam e Londra e non riusciamo a intercettarli”. E’ allarmismo? Affatto. E’ il fattore Putin. Lo zar si è reso conto che al quarto anno non sta vincendo ancora la guerra in Ucraina sebbene ne abbia occupato quasi un quinto del territorio, e ha cambiato strategia almeno per il momento. Ha rallentato l’avanzata verso Kiev e aumentato la pressione sia politica sia militare sui Paesi che ritiene gli appartengano e sui Paesi della Nato, soprattutto quelli europei. Il suo obbiettivo è di instaurare regimi a lui favorevoli nei primi e di impedire si secondi di riarmarsi. “L’intera Nato si militarizza, è in guerra con noi – ha minacciato – e la fornitura di missili Tomahawk all’Ucraina avrà una risposta convincente”.

Escalation di Putin

A causa di questa escalation di Putin, il mese scorso passerà alla storia come il “settembre nero” dei rapporti tra l’Ue e la Russia. I caccia e i bombardieri dello zar hanno ripetutamente violato lo spazio aereo europeo, i suoi droni hanno bloccato per ore e ore alcuni aeroporti e sorvolato a più riprese le nostre basi militari e le nostre aree strategiche costringendo i nostri “top gun” a intervenire sia pure senza aprire il fuoco, e le sue petroliere, che battono altre bandiere ma contengono droni, ci hanno assediato dal largo. Infine come se non bastasse Putin ha portato la Guerra ibrida, dall’hackeraggio al sabotaggio delle nostre comunicazioni e dei nostri impianti più importanti a livelli senza precedenti quasi si trattasse della anticipazione di un conflitto armato. Conflitto, secondo i nostri servizi, che potrebbe scoppiare entro il 2030 e che noi dobbiamo prevenire a ogni costo. Come? Mantenendoci uniti, dialogando con il Presidente americano Donald Trump per difficile che sia e riarmandoci per potere negoziare con lo zar da posizione di forza.

Polonia e Paesi baltici nel mirino

La massima pressione Putin la sta esercitando sulla Polonia e sui Baltici, l’Estonia, la Lituania e la Lettonia, la prima perché ex Stato satellite dell’Urss, e le altre perché ex Repubbliche sovietiche. Le vorrebbe al minimo ridotte a Stati cuscinetti tra la Russia e l’Ue, se non anche rinchiuse nella sua orbita data la loro cruciale posizione sul fronte orientale, e le sottopone a provocazioni  quotidiane. Ma lavora altresì alla creazione di una potente fronda filorussa in altre tre Nazioni europee, tutte  e tre governate da populisti di destra contrari al riarmo dell’Ue e all’assistenza militare all’Ucraina: la Slovacchia di Robert Fico, l’Ungheria di Viktor Orban e la Repubblica ceca del magnate Andrej Babis, vincitore delle elezioni di sabato scorso, elezioni che sono state un brutto colpo per l’Europa. E’ il motivo per cui il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa vuole riformarne lo statuto, vuole che le decisioni sulle questioni più gravi non siano più prese all’unanimità ma a grande maggioranza e siano all’altezza di altre sfide.

La sfida nel Mar Nero

La sfida di cui sinora si è parlato di meno riguarda i Paesi del Mar Nero che Putin ritiene propri, la Georgia, la Moldavia e la Romania, tre feudi storici dell’Urss. La Georgia, che sabato ha tenuto le elezioni municipali, è nelle mani del partito Sogno georgiano (leggi Incubo) dell’oligarca filorusso Bidrin Wanishvili, già spacciatosi per europeista, che ha adottato leggi putiniste, ed è un potenziale alleato dello zar nella Guerra ibrida. La Moldavia, che ha appena trionfalmente rieletto presidente Maia Sandu, una leader filooccidentale, è invece dalla parte dell’Ue, ma è destabilizzata all’interno dall’uomo del Cremlino, il suo predecessore Igor Dodon, che ha invitato la piazza alla rivolta, e dai legami della sua regione autonoma della Transnistria con Mosca, e sarebbe un boccone facile per Putin. Come membro dell’Ue dal 2007, la Romania è meno esposta all’espansionismo russo, ma è indebolita da seri problemi economici e sociali ed è una sorvegliata speciale dei droni e degli arei dello zar, e va decisamente protetta da Bruxelles.

Vaso di coccio

Ursula von der Leyen ha promesso a Maia Sandu e ai moldavi che chiedono di entrare nell’Ue di stare “sempre al vostro fianco”. Ma la piccola Moldavia, schiacciata tra l’Ucraina e la Romania, è il classico vaso di coccio tra due vasi di ferro, il suo destino dipende da esse. O faremo capire a Putin che interverremo con le armi se tenterà una sua invasione e farà esplodere qualsiasi altro conflitto lungo il fronte orientale, o la Guerra dell’Ucraina degenererà in una Guerra dell’Europa. Non credo che Putin, un politico gelido e senza scrupoli ma un politico intelligente, sia pronto a combattere la Nato, sebbene si dica aggredito da essa, come non credo che l’imprevedibile Donald Trump sia disposto ad abbandonare l’Ue, sebbene la critichi e a volte la insulti. E confido che come sulla Guerra di Gaza sembra si sia trovata una soluzione, a mio parere più per un cessate il fuoco che per la pace, così la si trovi anche per la Guerra dell’Ucraina. La novità più bella sul fronte orientale sarebbe proprio quella di un negoziato con lo zar.

In piazza per l’Ucraina

A questo riguardo, non resisto alla tentazione di invitare il popolo ProPal a scendere daccapo nelle strade, senza i “facinorosi” che innescano violenze, e a dimostrare per gli ucraini come fanno più che giustamente per i palestinesi. Non c’è molta differenza tra la condotta di Vladimir Putin e quella del premier israeliano Benjamin Netanyahu, né tra le sofferenze della popolazione di Gaza e quelle della popolazione ucraina, bambini inclusi. Che gli onesti si liberino dagli estremismi ideologici e che  si oppongono a qualsiasi disumanità, chiunque la commetta.

Ennio Caretto

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Tags: CarettodroniEuropaPutin
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