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Iran, anatomia di un conflitto

I golpe nel 1926 e nel 1953, la rivoluzione islamica del 1979 e l’instaurazione di una spietata dittatura religiosa

Redazione di Redazione
14 Marzo 2026
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Cronaca, Prima Pagina
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Il giornalista Ennio Caretto

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Prima di discutere dell’Iran facciamo uno, anzi due passi indietro nella storia, a eventi forieri di una guerra orrida ed evitabile che potrebbe raggiungere l’Europa e che costituisce per il Medio Oriente, il Golfo Persico e l’Occidente un pericolo molto più grave delle guerre dell’Ucraina e di Gaza. Il primo passo indietro ci riporta a un secolo fa, al 1926, quando il generale Reza Khan si proclamò imperatore della Persia, di cui dieci anni dopo cambiò il nome in Iran, terra degli ariani. Reza Khan era salito al potere con l’aiuto degli Ayatollah sciiti, ma il suo modello era Ataturk, il padre della Turchia laica, e come Ataturk rivoluzionò il Paese ammodernandolo e emancipandone le donne. In più, lo aprì a Hitler. Si formò così un’opposizione guidata dall’Ayatollah Modurres e dal futuro premier Mossadeq che nella Seconda guerra mondiale agevolò l’invasione anglosovietica dell’Iran destinata a espellerne i tedeschi, e che costrinse Reza Khan ad abdicare. Salì al trono il figlio Reza Pahlavi, che continuò l’opera riformatrice del padre ma diversamente da lui strinse buoni rapporti con la Gran Bretagna e l’America prendendo le distanze dall’Urss. 

“Operazione Ajax”

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Il secondo passo indietro ci porta al 1953, al golpe angloamericano ‘“Operazione Ajax” a cui prese parte anche il nipote del presidente democratico Franklin Roosevelt, contro Mossadeq diventato nel frattempo premier, sempre con l’appoggio degli Ayatollah sciiti. Mossadeq aveva nazionalizzato il petrolio, sino ad allora un monopolio inglese, creando la National Iranian Oil Company, e Londra e Washington se ne riappropriarono. Fu l’inizio di un braccio di ferro tra i nazionalisti e gli sciiti da un lato e lo scià e l’America dall’altro che culminò nella rivoluzione islamica del 1979. Quell’anno a Teheran l’Ayatollah Khomeini assurse a Guida Suprema, instaurando la più spietata teocrazia dei tempi moderni. Una svolta epocale che contribuì alla fine del colonialismo ma al tempo stesso una restaurazione religiosa di stampo medioevale. All’interno Khomeini tradì l’insurrezione popolare che mirava all’avvento della democrazia, e all’estero progettò la distruzione di Israele e del “Grande Satana”, l’America. Non soltanto. Si propose di rendere sciita il mondo dell’Islam, sebbene gli sciiti siano solo il 15 per cento di esso e i sunniti l’85 per cento.

Dittatura e terrorismo

I mezzi a cui Khomeini e il suo successore Khamenei ricorsero per 47 anni violarono volutamente i diritti umani e le libertà civili in Iran e i trattati internazionali, alla Trump potremmo dire, e i loro eredi li violano tuttora. Il popolo iraniano è vittima di una atroce dittatura che ha sulla coscienza innumerevoli morti di innocenti. E il Golfo Persico, il Medio Oriente e l’Occidente sono esposti a  continui attentati terroristici assai difficili da sventare. Di fatto, da quasi mezzo secolo l’Iran è in guerra con quelli che chiama “gli infedeli”, che non siamo solo noi occidentali, gli ebrei in testa, ma sono altresì i Paesi arabi sunniti a cui vorrebbe sottrarre il controllo della Mecca. Khomeini entrò in conflitto con l’America nel 1979 stesso, sequestrando l’ambasciata americana e i suoi diplomatici a Teheran per 444 giorni. E contemporaneamente incominciò ad appoggiare regimi infausti come quello di Assad in Siria, e a finanziare, ad armare e ad addestrare le milizie eversive che conosciamo, Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi nello Yemen e così via, alleandosi ultimamente con la Russia, la Cina e la Corea del Nord, l’asse dei tiranni.

L’Occidente e la politica dello struzzo

Resta inspiegabile perché per quasi mezzo secolo l’Occidente abbia adottato nei confronti dell’Iran la politica dello struzzo, nascondendo la testa nella sabbia per non vedere la realtà. Per paura delle disastrose conseguenze economiche delle crisi petrolifere, che si sono comunque verificate e sono state superate?  Perché temeva di venire accusato di neocolonialismo, di alienarsi l’islamismo e di subire ritorsioni da parte dei colossi emergenti, come comunque è avvenuto? Per evitare campagne terroristiche, di cui comunque è stato il bersaglio preferito? Non che l’Occidente sia sempre rimasto spettatore della destabilizzazione iraniana del Medio Oriente e del Golfo Persico ma ha ondeggiato fra trattative e sanzioni senza mai dare un ultimatum agli Ayatollah. E ha prestato loro fede quando sotto il presidente americano Obama s’impegnarono con gli Usa e con l’Ue a non produrre la bomba atomica, una palese menzogna. Purtroppo, nel confronto con l’Iran l’America venne depistata dalle Guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq e l’Ue dai contrasti tra i suoi membri e dall’antiamericanismo e antiisraelismo di molti partiti di sinistra.

“Mission impossible” per l’Europa 

Tutto ciò non giustifica la seconda guerra dell’America e di Israele contro l’Iran in otto mesi, a sua volta una sordida violazione dell’ordine mondiale, l’ennesima per mano di Trump e Netanyahu. Ma invece di perdersi in polemiche e proteste i governi e le loro opposizioni in Occidente dovrebbero tentare di stroncare il conflitto. L’Europa non sia suddita della superpotenza e di Israele, prenda iniziative diplomatiche. Lo chiedono i popoli coinvolti nella guerra e la maggioranza dell’umanità che invocano la pace come il papa Leone XIV e il presidente della Repubblica Mattarella. Occorre che qualcuno medi tra le parti in causa, tenendo presente un punto fondamentale, ossia che servono pragmatismo e realismo per sconfiggere le ideologie (e nel caso degli Ayatollah le fedi) che causano distruzione e morte. In apparenza è una “mission impossible”, un compito impossibile, ma non c’è alternativa. Trump e Netanyahu non si fermeranno se la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba, il figlio di Khamenei, o chi per lui non accetteranno compromessi. Essi vogliono un regime consono ai loro interessi, non importa se democratico o assolutista.

L’Onu ha perso credibilità 

E l’Onu? L’Onu ha perso ogni credibilità, come la perdette la Lega delle nazioni, nata nel 1919 per prevenire un’altra guerra mondiale che invece scoppiò nel giro di vent’anni. L’Onu si ricordi che la Lega non fece nulla per fermare la Germania nazista sebbene i suoi piani di conquista dell’Europa fossero evidenti. L’Onu non può limitarsi a condannare il presidente Trump e Netanyahu, ha anche il dovere d’impedire che l’Iran realizzi i suoi conclamati piani di conquista del Medio Oriente e del Golfo Persico e di cancellazione di Israele dalla faccia della terra, altrimenti l’intera regione brucerà per anni. Apra gli occhi e si muova con l’Europa. Si tratta di convincere gli Ayatollah a rinunciare alla bomba atomica e ad abbandonare il terrorismo, a dialogare con i Paesi arabi sunniti, a ignorare Israele, soprattutto ad accogliere le istanze del popolo iraniano. Oppure di concordare un graduale cambio di regime sotto garanzie internazionali. A questi fini la diplomazia prema sulla Russia e sulla Cina che non hanno preso le difese dell’Iran ma sono in grado di influire su di esso e aiutarlo a ricostruirsi e a restare indipendente.

Scadenza in autunno

E’ impossibile prevedere che cosa accadrà nei prossimi giorni, settimane o mesi. C’è chi pensa che l’Iran sarà per l’America un altro Iraq, o un altro Afghanistan, o un altro Vietnam, quello del film “Apocalypse now” che data al fatidico 1979. Non lo si deve escludere perché nella semisecolare guerra strisciante contro l’Occidente e Israele gli Ayatollah hanno esautorato le tradizionali forze armate, storicamente ostili alle teocrazie come in Egitto, sovrapponendo loro i Pasdaran o Guardia Rivoluzionaria, una massa fanatica armata capace di resistere a lungo. Proprio per questo a Trump servirebbe un’invasione da terra dall’Iraq del Nord tramite i curdi e una intensa guerriglia tramite le minoranze etniche iraniane. Personalmente tuttavia ritengo che Netanyahu e Trump si siano dati una scadenza per questo traumatico conflitto, che è costato la vita anche a oltre 150 alunne di una scuola, un evento straziante: le elezioni parlamentari in Israele a fine ottobre e quelle congressuali in America a inizio novembre. Un detto americano, “all politics are domestic”, tutta la politica è interna, insegna che le urne condizionano governi e partiti. 

Al fianco dei giovani di Teheran

I responsabili della Guerra dell’Iran hanno dei limiti che non possono superare. Sei, sette mesi è il tempo massimo a disposizione di Trump e di Netanyahu per ottenere un risultato, e gli Ayatollah non riusciranno a imporre un martirio eterno, la terra promessa, al popolo iraniano per preservare il potere. Di più: i Paesi del Golfo Persico e del Medio Oriente produttori di petrolio, ora coinvolti nel conflitto, non instaureranno un inverno energetico dannoso anche per loro. Infine, è infondata la paura di una Terza guerra mondiale, anche perché i primi a non volerla sono la Russia, la Cina e i giganti emergenti. La pace, forse imperfetta, arriverà, e noi che ci siamo identificati nei palestinesi oppressi da Israele, uno Stato straniero, dovremmo identificarci negli iraniani oppressi da un corpo estraneo, l’estremismo islamico. Molti in Italia storceranno la bocca all’esortazione ad ascoltare i giovani di Teheran per cui, sebbene ingiusta, questa è in parte una guerra di liberazione. Ma essi non sono trumpisti, sono pacifisti e sono apostoli della diversità e della tolleranza, in una parola della democrazia. Sanno che quando c’è guerra non c’è libertà.

Ennio Caretto  

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Tags: CarettoEuropaIranTrumpUsa
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