Il 7 ottobre, nel secondo anniversario della “strage degli ebrei”, come la chiamò Hamas quando la commise, non scordiamolo, l’Italia si troverà divisa in due dal ProPal, il movimento filopalestinese che chiede, giustamente, la fine della disumana Guerra di Gaza e la formazione di uno Stato della Palestina, e dalla “Flottiglia della pace”, che si avvicina al teatro del conflitto non solo per fornire i più urgenti aiuti alla popolazione ma anche per sfidare il blocco navale israeliano come è ormai chiaro a tutti. Malauguratamente la spaccatura del nostro Paese è avvenuta nel momento forse più pericoloso per noi e per l’Europa dalla fine della Guerra Fredda tra l’Urss e gli Usa trentaquattro anni fa, quello del confronto militare tra un’Alleanza Atlantica tradita dal Presidente americano Trump e il nuovo zar russo Putin che sembra volere ripristinare l’impero sovietico dall’Ucraina alla Romania alla Polonia ai Baltici e chissà dove altro. Ma anziché unirsi e affrontare insieme i problemi di Gaza e dell’Ucraina come dovrebbero perché potrebbe andarne di mezzo la democrazia in Occidente, la nostra destra e la nostra sinistra, accecate dalle opposte ideologie, li hanno strumentalizzati a fini elettorali polarizzando il Paese e demonizzandosi reciprocamente.
Opposte interpretazioni
Vediamo le diverse narrazioni del ProPal e della “Flottiglia della pace”. Per la sinistra, l’uno e l’altra sono il frutto di un fortissimo impulso umanitario dei nostri cittadini contro lo sterminio dei palestinesi e in sostegno della “pace subito a Gaza” come invocato da papa Leone XIV, e del riconoscimento di uno Stato libero della Palestina. Il ProPal e la Fottiglia, cinquanta vascelli da 44 Nazioni, sollecitano Hamas a liberare gli ostaggi e il premier israeliano Netanyahu a deporre le armi e hanno il consenso della grande maggioranza degli italiani, spiega la sinistra. E ne esalta “le pacifiche dimostrazioni di protesta con centinaia di migliaia di famiglie”, minimizzandone gli scoppi di violenza, gli attacchi alla polizia, il vandalismo e così via. Per la destra invece il ProPal e la Flottiglia sono infiltrati se non gestiti da Hamas e simili al Black Bloc occidentale degli anni Ottanta, un movimento anticapitalista anarchico ed eversivo autore di attentati in America ed Europa. Li hanno creati e finanziati l’Iran, Hezbollah e i Fratelli musulmani, come ha sostenuto Netanyahu in un bellicoso discorso all’Onu. Lo scopo di ProPal e della Flottiglia a cui molti italiani plaudono ingenuamente, conclude la destra, è di distruggere Israele.
Nati dall’Islam
Ha ragione la destra o la sinistra? Diciamo che ha meno torto la prima. Il ProPal e la Flottiglia sono nati nell’Islam su iniziativa di Paesi come il Qatar e la Turchia, e alcuni loro rappresentanti in Italia sono legati a milizie terroristiche. E mentre moltissimi nostri cittadini marciano veramente per la pace e per lo Stato della Palestina dando un esempio di democrazia, le cupole islamiche nascoste al loro interno, che predicano la teocrazia o dittatura religiosa, preparano non solo la distruzione di Israele ma anche una rivoluzione in Europa, e i nostri servizi segreti ne sono al corrente. Inoltre gli scoppi di violenza non sono tutti accidentali, spesso sono mirati, soprattutto nelle università e istituzioni, basta ricordare gli eventi dell’ultimo anno e mezzo. E’ una realtà su cui la sinistra non può più chiudere gli occhi perché la fazione ProHamas del popolo filopalestinese si sta radicando soprattutto nei giovani ostili al “Sistema Italia”, i cosiddetti facinorosi, al punto che essi ritengono colpevoli dello sterminio a Gaza non solo gli israeliani ma anche gli ebrei europei e americani. Nelle nostre democrazie non si sono visti ebrei combattere i ProPal se non in reazione a una loro aggressione, ma l’antisemitismo è in crescita ovunque e non viene punito come merita.
L’unica strada è quella della diplomazia
E’ innegabile che Netanyahu commetta crimini di guerra e che il governo italiano debba prendere misure nei suoi confronti. Ma come ha detto Sala, il sindaco di Milano, un leader della sinistra, le dimostrazioni del ProPal “non aiutano la causa di Gaza”. Non la aiuta neppure la “Flottiglia della pace” che sembra pronta a rischiare uno scontro armato. Nelle democrazie la politica estera e la politica di difesa sono di esclusiva competenza del governo e del Parlamento. La soluzione della crisi palestinese non dipende da noi ma dall’Unione Europea a cui apparteniamo, dai Paesi arabi moderati, e soprattutto dal Presidente americano Trump. E l’unica strada che conduce a essa è quella della diplomazia. Il governo Meloni la sta percorrendo e il Capo dello Stato Sergio Mattarella, la voce della nostra coscienza, la ha appoggiata chiedendo alla Flottiglia di fermarsi e di consegnare gli aiuti per Gaza al Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, che a sua volta li porterebbe ai palestinesi. Ma sebbene la sinistra abbia dato il suo assenso all’iniziativa ottenendo il “grazie” della premier, una duplice, felice sorpresa, la Flottiglia ha rifiutato. Ma “cui prodest”, a chi giova? Certamente non ai palestinesi che perderebbero i suoi aiuti, bensì ad Hamas se Israele attaccasse la Flottiglia.
Le proposte di Trump e di Macron
Trump ha proposto che i terroristi liberino subito gli ostaggi israeliani e Netanyahu liberi subito i prigionieri palestinesi, che vengano deposte le armi, che Israele ritiri gradualmente le truppe da Gaza e che a esse subentrino quelle di un gruppo di Paesi da individuare. Hamas potrebbe restare nella striscia governata dai tecnici, non dai politici, della Autorità nazionale palestinese “se si impegnasse a una coesistenza pacifica”, e la popolazione potrebbe tornare a casa. Il piano di Trump non si discosta molto da quello del Presidente francese Macron per il riconoscimento di uno Stato della Palestina, concesso finora dai tre quarti dei Paesi membri dell’Onu ma non dall’Italia. Macron ha proposto che Hamas venga disarmato, che le armi siano consegnate all’Autorità e che questa si riformi. Una missione temporanea dell’Onu stabilizzerebbe almeno una parte di Gaza e le Nazioni arabe riconoscerebbero lo Stato di Israele. A Gaza si creerebbe così una Palestina smilitarizzata e indipendente, non la “Riviera del Mediterraneo”, il folle paradiso immobiliare sognato da Trump. Sono obbiettivi condivisi dalla nostra premier a due condizioni secondo la sua mozione: “Il rilascio degli ostaggi e la esclusione di Hamas da qualsiasi dinamica di governo”.
La politica in primo piano
Qui noi italiani siamo rimasti alle solite. Prima che Mattarella intervenisse, la segretaria del Pd Schlein e il leader dei Cinque stelle Conte avevano liquidato la mozione Meloni come “un gioco di prestigio”, l’una, e “un misero espediente”, l’altro. Ma la realtà è che Hamas non è un partito, è una milizia terroristica che si è impadronita di Gaza con la forza, ha esercitato una crudele dittatura e ha attentato all’esistenza di Israele, rifiutato di liberare gli ostaggi nella speranza che l’odio dell’Islam e dell’Occidente travolga Netanyahu. Hamas va sciolto o emarginato come si fece con Al Qaeda per la sua strage delle Torri gemelle di Manhattan nel 2001. E per quanto riguarda i nostri leaders politici, come è possibile che non capiscano che il riconoscimento di uno Stato della Palestina sta assurgendo a banco di prova della loro capacità di passare da uno scontro ideologico che rischia di avvelenarci a un pragmatismo costruttivo? Una convergenza e collaborazione tra la destra e la sinistra ci aiuterebbe a migliorare perché l’Italia ha bisogno di riforme condivise, non di striscianti guerre civili. E’ ora che la polarizzazione e la paralizzazione del Paese cessino, e che le questioni di politica interna ritornino in primo piano.
Anteporre l’Italia ai partiti
Certo, la premier Meloni avrebbe dovuto sospendere l’accordo di cooperazione militare con Israele in vigore da anni, imporre sanzioni economiche e via di seguito, e probabilmente non lo ha fatto per non alienarsi Trump di cui è un interlocutore privilegiato. Ma accusarla di collaborazionismo con Netanyahu, da lei aspramente criticato, come sostengono troppi ProPal, è fazioso ed è in malafede. La premier a esempio, sia pure definendo “irresponsabile” l’operato della “Fottiglia della pace”, ha denunciato gli attacchi dei droni a essa e ha autorizzato l’invio di due fregate per proteggerla. E all’Onu si è scagliata contro “la ferocia e brutalità” delle forze armate israeliane sottolineando che Israele ha violato il principio della proporzionalità delle reazioni a un’aggressione “superando ogni limite”. Come la Guerra dell’Ucraina, la Guerra di Gaza ci offre un’occasione unica di anteporre gli interessi dell’Italia a quelli dei partiti. I nostri leader politici la colgano o lungi dal passare alla storia come gli eredi del “compromesso storico” tra la Democrazia cristiana e il Partito comunista degli anni Settanta e Ottanta, vi passeranno come i rottamatori della Nazione.
Un ultimo punto. Chiedere alla “Flottiglia della pace” di non aggravare il conflitto non significa disconoscere l’alto valore umanitario della sua missione, significa esortarla a evitare di mettere in pericolo altre vite umane e non solo sul teatro di guerra. In questo momento al terrorismo islamico serve che l’Occidente metta Netanyahu con le spalle al muro, ma non dobbiamo illuderci che per questo esso rinunci per sempre a colpirci.
Ennio Caretto








