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La lettera aperta di Silvana Mossano a Stephan Schmidheiny

La trasmissione Report e l’ “intrigo internazionale” sul maxiprocesso Eternit

Redazione di Redazione
7 Gennaio 2026
in Casale, Cittadina, Cronaca, Cronaca Monferrina, Prima Pagina
La lettera aperta di Silvana Mossano a Stephan Schmidheiny
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Questa la lettera aperta scritta dalla giornalista Silvana Mossano, e pubblicata sul suo sito silmos.it , sull’”intrigo internazionale” che vede al centro il maxiprocesso Eternit.

Domenica 4 gennaio, su Rai3, al programma d’inchiesta «Report», condotto da Sigfrido Ranucci, è andato in onda un ampio servizio dedicato a Casale Monferrato. Alla prima parte, dal titolo «L’amianto uccide ancora» e incentrata sulle bonifiche, hanno lavorato Luca Chianca con la collaborazione di Alessia Marzi. Nella seconda parte, intitolata «I banditi di Hurden», il giornalista Sacha Biazzo, con la collaborazione di Cristiana Mastronicola e Luigi Scarano, ha ricostruito, sulla base di email riservate, i contatti intercorsi, oltre una decina di anni fa e con il tramite di alcune persone, tra Stephan Schmidheiny ed ex esponenti del Mossad.

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https://www.raiplay.it/video/2026/01/Lamianto-uccide-ancora—Report-04012026-69dc69c9-4efe-4999-9078-0730cb85fcd4.html?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_vid_Report.
https://www.raiplay.it/video/2026/01/Lofferta-del-diavolo—Report-04012026-0ebefd07-6abb-47d0-92c9-a899f0aae056.html

Da oltre quarant’anni ormai, seguo le vicende riguardanti l’Eternit e, soprattutto, i processi in cui è coinvolto l’imprenditore svizzero, a capo dell’Eternit tra il 1976 e il 1986. Ho scritto moltissimi articoli e reportage. In alcune occasioni, mi ero rivolta al Signor Schmidheiny direttamente, anche con lettere aperte.https://www.silmos.it/lettera-aperta-a-herr-stephan-schmidheiny-nella-giornata-delle-vittime-dellamianto/
Con un preciso scopo: sollecitarlo a finanziare direttamente la ricerca di una cura per guarire dal mesotelioma.
La tragedia dell’amianto mi ha colpita anche molto da vicino e, tuttavia, non ho voluto costituirmi parte civile nel processo Eternit Bis (ora in attesa della Cassazione) proprio per mantenere la mano tesa verso Schmidheiny.
https://www.silmos.it/marco-giorcelli-e-tra-le-392-vittime-damianto-nel-processo-eternit-bis-e-io-non-sono-parte-civile/
Ha avuto modo, Stephan Schmidheiny, di conoscere i contenuti di quelle mie lettere aperte? Io credo di sì. A dispetto della sua entità apparentemente astratta, ha dimostrato, invece, di essere molto attento, presente e principale decisore di tutto ciò che lo riguarda.
Ora, indignata come non mai, torno a rivolgermi a lui direttamente.

Lettera aperta a Stephan Schmidheiny
Herr Schmidheiny, adesso sono proprio arrabbiata.
La sorprenderà, forse, che questa affermazione venga da me; da me: la voce della mediazione, la voce con la mano tesa, la voce della speranza, la voce della fiducia nel suo ravvedimento e nel suo convincimento a investire nella ricerca di una cura per il mesotelioma, la voce incrinata da dolore e amarezza, ma mai di rabbia.
Adesso, però…

SONO ARRABBIATA
Ho aspettato a scrivere, avevo bisogno di riflettere a lungo, tenendo a bada l’emotività o, almeno, circoscrivendola nel suo giusto perimetro umano.
Prima avevo letto e ascoltato le anticipazioni sul servizio che la trasmissione televisiva «Report» aveva preannunciato sul Caso Amianto a Casale; poi ho seguito il programma, domenica 4 gennaio su Rai3, e sono venuti fuori altri fatti, altri dettagli, altre esternazioni del suo carattere e del suo modus operandi che pur credevo di aver già imparato a conoscere in decine e decine di ore trascorse nelle aule di giustizia per i vari processi Eternit e nelle centinaia e centinaia di pagine lette e studiate dei fascicoli giudiziari che la riguardano (inclusi suoi virgolettati di lettere e dichiarazioni a verbale).
La rabbia non mi condizionò – la dominai, mixando raziocinio e misericordia – neppure all’epoca dell’«offerta del diavolo». Fui io stessa a coniare quell’espressione quando, nel 2011, i suoi emissari si fecero latori di quell’offerta indignitosa e moralmente irricevibile (che soltanto chi non conosce bene i fatti può, a distanza di anni, rimpiangere di non aver accettato) di una manciata di denaro in cambio di un silenzio tombale hic et semper.
Ebbene, neppure allora – e le assicuro che, in quel finire del 2011, erano momenti terribili – neppure allora provai rabbia. Un’afflizione profonda, ma non rabbia.
Ho confinato il rancore, il malanimo, il risentimento nei suoi confronti e mi sono concentrata in un pertugio foriero di una strada di possibile riconciliazione.
Tesi la mano e lanciai instancabilmente appelli affinché lei si decidesse a fare l’unica cosa che avrebbe già dovuto fare da un pezzo: finanziare direttamente la ricerca per trovare la cura con cui guarire dal mesotelioma. Non soltanto a Casale Monferrato, ma in tutto il mondo. Se lei l’avesse fatto, già tempo fa, a quest’ora magari la terapia salvifica l’avremmo e il suo nome – Stephan Schmidheiny – si sarebbe via via discostato dal binomio amianto&morte, per restare sempre più legato a quello di medicina-salva-vita. Salva-vite. Quante se ne sarebbero potute già salvare! Quante!
Sono un’ingenua? Sì. Lo sapevo, lo so. Forse ho anche peccato di presunzione. E, tuttavia, tenace ho continuato su quella via lanciando esortazioni di riconciliazione, di pacificazione. Di riscatto etico. Per lei, Herr Schmidheiny, per lei, che si avvicina agli ottant’anni (il 29 ottobre ne compirà 79) e ancora deve nascondersi.
Ma com’è, Signor Schmidheiny, anzi Herr STS, passare tutta la vita pianificando strategie di nascondimento o addirittura di latitanza?

INGENUA. ANZI, STUPIDA
Ingenua. Sì, ingenua. Così mi hanno giudicato, con affettuosa indulgenza, anche molte persone che mi vogliono bene. Forse, per lei, però, non ero soltanto ingenua.
Mi viene in mente un romanzo che ho letto diversi anni fa, «L’uomo della pioggia», di John Grisham, e il film che ne è stato tratto, con la regia di Francis Ford Coppola e l’interpretazione di Matt Damon e Danny DeVito. Si racconta delle pervicaci insistenze di una madre rivolte a una Compagnia di assicurazione, con cui aveva sottoscritto una polizza (regolarmente saldata); l’Assicurazione però si rifiutava di pagare le cure per salvare il figlio malato di leucemia, precludendogli la possibilità di un intervento di trapianto. All’ennesima insistenza della donna, l’Assicurazione accompagnò il diniego, scritto, con un commento lapidario e categorico: «Lei è stupida, stupida, stupida».
È questo che pensa di me, Herr Schmidheiny? Sono stupida, stupida, stupida.

MI SONO ILLUSA
Forse ha ragione: sono stata stupida a essermi illusa che lei potesse ragionare come me; ho pensato che, trovandosi alla soglia di un’età in cui si dovrebbe aver cominciato già da un po’ a fare i bilanci della vita, avesse acquisito la consapevolezza che da questo mondo non si può portare via niente, ma può confortare la speranza di lasciare qui dei buoni ricordi di sé.
Stupida, stupida, stupida che sono. E adesso anche arrabbiata.
Perché, vede, Signor Schmidheiny, io la esortavo a individuare un amico, un conoscente, un socio di una casa farmaceutica (sono certa che ha tutti i nomi che vuole, nella sua agenda telefonica) per investire nella ricerca di una cura.
Le ho suggerito più volte un modo – mi permetta la presunzione: io ritengo che sia l’unico – per dimostrare concretamente, e non solo a parole, il messaggio che lei ha affidato ai suoi difensori e che abbiamo ascoltato nei tribunali e cioè che, all’epoca in cui era alla guida dell’Eternit, lei non era realmente consapevole che l’amianto fosse così pericoloso da causare una strage di queste proporzioni, un sacrificio di vite per ora inarrestabile.
«Abbiamo una diagnosi di mesotelioma quasi ogni settimana» ha ripetuto la dottoressa Federica Grosso, responsabile della Struttura Mesotelioma e Tumori rari dell’azienda ospedaliera di Alessandria, a scavalco con il Santo Spirito di Casale; è fautrice tenace di investimenti cospicui in una casa farmaceutica: lei vorrebbe guarirli tutti i suoi pazienti!  Cinquanta diagnosi che ogni anno squassano cinquanta vite, cinquanta famiglie, e centinaia di amicizie.
Con ingenua semplicità le ho suggerito questo: trovi un amico con una casa farmaceutica e finanzi la ricerca fino a che si trovi la cura. Lei ci dice che, allora, non pensava che l’amianto fosse così tanto pericoloso da provocare il cancro a chi lo lavorava e a chi semplicemente lo respirava anche fuori dalla fabbrica. Ora lo sa. Ingaggi i migliori ricercatori per trovare la terapia.

L’AIUTO CHIESTO AI SERVIZI SEGRETI
E invece lei cercava amici tra ex esponenti dei servizi segreti?
Francamente poco importa che siano ex vertici del Mossad, i servizi segreti israeliani tra i più potenti al mondo. Lo sdegno sarebbe identico se anche fossero stati del Kgb russo o FSB che dir si voglia, della Cia americana, dell’MI6 inglese, dell’Agenzia di Intelligence cinese o di quella giapponese… I fatti venuti alla luce oggi vanno inquadrati nel contesto di undici anni fa; ed è con lo sguardo di allora che vanno visti. Qualunque accostamento a un’epoca diversa, come quella attuale, sarebbe forzato e strumentale.
Quel che indigna è che lei, da quanto risulta da quello scambio di corrispondenza online, tramite il suo braccio destro Heinz Pauli abbia contattato intermediari internazionali di potere tra politica e affari del calibro di Ehud Barak. Quel Barak che, per inciso, faceva affari con personaggi del tipo di Jeffrey Edward Epstein ed è stato cofondatore, insieme ad altri, della start up informatica «Paragon Solutions» che, tramite lo spyware «Graphite», spiò diversi personaggi di varie nazionalità, anche italiani, tra cui giornalisti, attivisti in organizzazioni umanitarie, eccetera.
Dunque, dicevo, i giornalisti di Report hanno reperito e hanno mostrato la confidenziale corrispondenza di email. Tra chi? Heinz Pauli scrisse ad Avner Azulay (anche lui ex Mossad), fidato collaboratore di Barak, chiedendo aiuto per lei, Herr STS, cioè per aggiustare la sentenza in Cassazione del Maxiprocesso Eternit.
Il Maxiprocesso è quello in cui lei fu incriminato, dalla procura della Repubblica di Torino, del disastro ambientale doloso dovuto all’amianto avvenuto a Casale Monferrato e che ebbe come conseguenza centinaia di morti. Fu condannato a 18 anni e, se la sentenza fosse stata confermata in Cassazione, c’erano i presupposti per eseguire il suo arresto immediato. Aveva ben donde, lei, ad avere paura.

QUELLE EMAIL
Quindi Heinz Pauli scrisse a Azulay (si conoscevano perché pare avessero già lavorato insieme in passato), e Azulay coinvolse anche Barak.
Fin qui è documentato dalla corrispondenza. Qualche stralcio. «Sarebbe bello – scrive Pauli e Azulay – se potessimo ritagliarci un po’ di tempo per un confronto creativo sulla questione italiana». Era previsto un incontro tra i due a Tel Aviv il 26 settembre 2014 (è sempre Pauli che lo scrive ad Azulay, anzi dice proprio «non vedo l’ora di vederti»).
Nell’ambito del «confronto creativo», era stata anche ipotizzata una soluzione un po’ azzardata: spingere i verdi e gli ecologisti contro l’uso dell’amianto nelle carrozze ferroviarie, così da distogliere l’attenzione dall’Eternit. C’era un rischio, però: «Se viene fuori che siamo noi che aizziamo…».
Altra email di Pauli ad Azulay: «STS ritiene che l’unica strada promettente, allo stato attuale, sia quella di lavorare in modo discreto nei circoli della “società” romana, parlando in maniera non aggressiva con leader di opinione e spiegando che una decisione negativa della Cassazione potrebbe danneggiare l’Italia» (in termini di mancati investimenti imprenditoriali in futuro, ad esempio).

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE
La Corte di Cassazione, il 19 novembre 2014, annullò la condanna a 18 anni e dichiarò prescritto il reato. La Suprema Corte motivò la decisione ritenendo corretto far decorrere i termini per la prescrizione dal momento in cui la fabbrica era stata chiusa (giugno 1986). Fu difficile per i casalesi accettare quella decisione e quella motivazione, tenuto conto che la permanenza dell’inquinamento da amianto si è protratta per anni fino alla bonifica (pagata con soldi pubblici), per la quale lei, come hanno testimoniato tutti i sindaci che si sono succeduti, non offrì mai neppure una partecipazione alle spese di risanamento.
Ora la domanda cruciale: ci furono veramente pressioni sulla magistratura per arrivare a quella prescrizione? Sinceramente, nessun documento lo prova e lo stesso conduttore Sigfrido Ranucci ha ammesso di non avere gli strumenti per arrivare a una tale conclusione.
E, quindi, rimaniamo ai fatti concreti rifuggendo la dietrologia.
Ci furono email di richiesta di intervento. Furono ipotizzate azioni di pressione. Di più; se la Cassazione avesse confermato la sentenza, lei, signor STS, qualora «fosse stato costretto a risiedere entro i confini svizzeri, sarebbe stato interessato – lo scrive Pauli ad Azulay – a parlare con te della propria sicurezza». Fu considerata anche l’ipotesi di latitanza.
A seguito della prescrizione, invece, Heinz Pauli si premurò subito di fare arrivare la notizia ad Azulay. Scrisse: «Caro Avner, desidero informarti che la scorsa notte l’Alta Corte d’Italia – la Cassazione – ha annullato la precedente sentenza dei due tribunali di Torino che avevano condannato STS a 18 anni di carcere». E quindi: «Anche a nome di Stephan Schmidheiny (e qui, con elegante cortesia, il suo nome viene scritto per esteso e non in sigla, ndr) desidero esprimere la mia più profonda gratitudine per l’aiuto offerto e per gli sforzi che hai compiuto a sostegno della causa di STS».
Avner Azulay, a sua volta, scrisse a Barak: «Ciao, Ehud. Fine della storia! Tutto ciò che abbiamo fatto è offrire i nostri servigi». E Barak chiude il cerchio della corrispondenza: «Avner, grazie. Auguro tutto il meglio a lui e a tutti». https://www.lastampa.it/cronaca/2014/11/21/news/trent-anni-di-fiori-lutti-e-battaglie-il-reato-e-prescritto-il-mio-dolore-no-1.35593780/

VERITA’ O MILLANTERIA?
Quanto furono veri questi aiuti? Quanto è millanteria? Chi lo sa! In certi ambiti, è difficile raccapezzarsi tra l’ordito e la trama, non si capisce dove finisce l’uno e comincia l’altra…
I suoi avvocati, Signor Schmidheiny, hanno inoltrato alla redazione di Report una precisazione che il giornalista Ranucci ha letto; si ammette che «Heinz Pauli è amico di Stephan Schmidheiny, ma non ha mai avuto nessun mandato ufficiale. E Schmidheiny – si aggiunge – nega di aver pagato somme di denaro». E vabbè. Ça va sans dire.
La sentenza pronunciata dalla Cassazione la sera del 19 novembre 2014 fu ritenuta da alcuni corretta, rispondente alle norme e basata su precisi fondamenti giuridici; altri la giudicarono difforme rispetto all’orientamento di alcune sentenze precedenti nella stessa materia. Stiamo riferendo giudizi oggettivi di visioni opposte espressi, a suo tempo, da esimi giuristi. E qui, per correttezza, ci fermiamo.

PRESCRIZIONE, E NON ASSOLUZIONE
Con altrettanta correttezza, però, è giusto sottolineare che lei non è stato assolto.
La prescrizione non è assoluzione.
Lei non è stato dichiarato esplicitamente innocente.
La prescrizione, al più, questo sì, le ha evitato il carcere.
E, tuttavia, nonostante lo scampato pericolo, sancito da una sentenza pronunciata dallo Stato Italiano, nel gennaio 2020 lei rilasciò un’intervista alla testata «Nzz am Sonntag» (che esce nella città svizzera dove risiede), per dire pubblicamente che prova «odio per gli italiani» aggiungendo che, in questa tragica vicenda, lei «è l’unico a soffrire». Non solo; tenne anche a precisare: «Quando penso all’Italia provo solo compassione per tutte le persone buone e oneste che sono costrette a vivere in questo Stato fallito». Quello Stato che, lo ripeto, le ha consentito, in virtù di un principio di diritto sancito per legge, di non finire dietro le sbarre.

LE «ANTENNE» DEL PASSATO
Dunque, mi indigna lo spionaggio, ma non mi stupisce.
Non è cosa nuova.
È stata evocata anche a Report l’attività messa in atto già più di trent’anni fa.
Nel gergo vostro venivano chiamate «antenne»: persone che spiavano di nascosto sindacalisti, attivisti, politici casalesi e non solo. Era come se fossero a libro-paga, regolarmente pagate. Lo si scoprì nel 2005, quando la procura della Repubblica di Torino fece sequestrare a sorpresa faldoni di documenti negli uffici di una eccellente agenzia di pubbliche relazioni milanese, facente capo a Guido Bellodi. Porta il suo nome il noto Manuale Bellodi, più dettagliato del precedente Manuale Auls 76, contenenti entrambi precise indicazioni, dettate dall’alto, per negare e mistificare, con chiunque avesse fatto domande, la pericolosità dell’amianto che avrebbe creato panico compromettendo l’attività produttiva.
Era spiato di certo Guariniello (e forse pure i pm del suo team, Sara Panelli e Gianfranco Colace, che stavano investigando sul caso Eternit).
E lo spionaggio avveniva anche a Casale, ad esempio tra i sindacati e gli attivisti dell’Afeva, l’Associazione di famigliari e vittime dell’amianto, presieduto da Romana Blasotti Pavesi. «Spiati per oltre vent’anni» ha detto Bruno Pesce, storico esponente del Comitato Vertenza Amianto insieme a Nicola Pondrano.

Il giornalista di Report ha cercato di parlare con l’ex «antenna» casalese, Maria Cristina Bruno, il cui nome era già emerso al Maxiprocesso. Ha suonato al campanello; la risposta secca al citofono è stata: «Non so niente».
Negli anni a seguire, mentre erano in corso i processi, altri personaggi/e hanno manifestato avvicinamenti e petulanze sospette, anche goffe in verità, finalizzate a carpire più che altro umori e opinioni tra giornalisti, attivisti, avvocati.
Antenne, goffi personaggi… ma ai livelli che abbiamo appreso da Report non l’avrei immaginato. Altro che ingenua sono stata! Stupida, stupida, stupida.
Stupida, anche perché io l’ho aspettata, Herr Schmidheiny.

IO L’HO ASPETTATA INUTILMENTE
Sono stata l’unica – lo ammetto pubblicamente con imbarazzo –: sono stata l’unica ad averla aspettata.
Ogni volta.
Ogni volta che c’era una sentenza.
L’ho aspettata: al primo grado di giudizio del Maxiprocesso per disastro doloso, il 13 febbraio 2012, quando lei fu condannato a 16 anni; al secondo grado di giudizio, il 3 giugno 2013, quando la sua pena fu elevata a 18 anni; in Cassazione, il 19 novembre 2014, quando fu la prescrizione a metterla in salvo dal carcere; al primo grado di giudizio del Processo Eternit Bis, in Corte d’Assise a Novara, il 7 giugno 2023, dove era incriminato per omicidio volontario e poi condannato per omicidio colposo anche con colpa cosciente a 12 anni di reclusione, e al secondo grado davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Torino, il 17 aprile 2025, quando, sempre riconosciuto colpevole di omicidio colposo aggravato anche da colpa cosciente, fu condannato 9 anni e mezzo.
Ecco, ogni volta io l’ho aspettata. In ognuno dei giorni fissati per il verdetto, entravo nel palazzo di giustizia con una mia speranza intima e segreta.
Aspettavo il miracolo: di sollevare lo sguardo e di vederla arrivare, insieme ai suoi avvocati, a dire qualcosa, a guardare le facce sperse di questa comunità ferita e composta, addolorata e dignitosa, spaventata e fiduciosa. A dire che era pronto a fare quel che è suo dovere fare: finanziare la ricerca.
Ho sperato altresì, più di recente, che raccogliesse l’invito di accedere a programmi di giustizia riparativa regolamentati dalla Riforma Cartabia nel 2022: gliel’ha lanciato, questo invito, una magistrata torinese la quale, nonostante tutte le pagine che, insieme ai colleghi della procura, ha letto e studiato su questa tragedia in anni e anni (e conoscendo perfettamente i suoi comportamenti, le sue decisioni, i suoi manuali), ha provato anche ad aprire quello spiraglio.

SENZA I PROCESSI NON AVREMMO SAPUTO NIENTE
Tengo a sottolineare una cosa: se non ci fossero stati i processi (indipendentemente dall’esito finale) noi non avremmo saputo niente. Avremmo imputato il nostro dolore a un fato cieco e baro che ci aveva scelto a caso come bersaglio.
Invece no.
Solo grazie a quei processi abbiamo preso atto che siamo stati vittime di un torto e che qualcuno quel torto lo ha commesso.
E la reazione, il rumore provocato da questa presa di coscienza, si è esteso nel mondo allargando la consapevolezza a tutto il pianeta. Non solo; ha smosso l’attenzione internazionale anche sul fronte sanitario che, altrimenti, avrebbe continuato a confinare il mesotelioma tra le malattie rare che non meritano abbastanza attenzione.
Adesso mi rendo conto con evidenza che lei non vuole riparare un bel niente.
Lei ha sempre e solo voluto mettersi al riparo!
Io, Signor Schmidheiny, l’ho aspettata inutilmente.

LO STILLICIDIO CONTINUA
E ora? Ora siamo qui – lei, imputato condannato in Corte d’Assise d’Appello, noi comunità ferita – ad attendere che venga fissata un’altra udienza in Cassazione per il processo Eternit Bis. Magari quest’anno. Che cosa accadrà? Lo vedremo. Abbiamo imparato a coltivare la pazienza, anche per non far spegnere la speranza.
Ma nel frattempo ciò che è immutato è lo stillicidio di morti. Ogni anno una cinquantina di nuovi casi; e limitiamoci a conteggiare soltanto i mesoteliomi, anche se i ricercatori e i medici non escludono che pure certi tumori al polmone, alla laringe, all’ovaio siano riconducibili all’amianto.
Ci sconvolgono, giustamente, immani sciagure o attacchi di guerra cui in questo momento storico assistiamo e che stroncano di colpo dieci, venti, quaranta, cento e più vite.
Noi, qui, ne contiamo una cinquantina ogni anno. Come ebbe a dire il sindaco Riccardo Coppo – quello della famosa ordinanza che, nel 1987, vietò l’amianto a Casale Monferrato, prima città al mondo ad averlo bandito con 5 anni di anticipo rispetto alla legge nazionale del 1992 – è uno stillicidio silente, non te ne accorgi: le vittime se ne vanno a una a una senza fare rumore. Anzi, si tende sempre più a non voler parlare di questa cosa. Se non capita addosso a te o a uno dei tuoi cari, molti preferiscono non pensarci, far finta che non accada. E in fondo non si possono negare ragioni a questo rifiuto, perché siamo stanchi di sentir parlare di malattie, siamo stanchi di ammalarci e di morire.
Lei potrebbe cambiare questa direzione, ma non lo vuole fare.
E io sono stata ingenua, sì. Anzi stupida, stupida stupida ad averci creduto, ad averci provato, ad averci sperato, ad aver immaginato che una persona – lei, signor Schmidheiny – con il passare degli anni e la raggiunta maturità possa pensare e decidere di lasciare un buon ricordo tangibile dietro di sé. Non il ricordo di un fuggiasco, ma quello di un uomo che si assume la responsabilità di un’azione nobile e la porta a compimento.

L’UNICA COSA GIUSTA DA FARE
Eppure, è l’unica cosa giusta che lei, Signor Schmidheiny, può fare. Per sé e per chi viene dopo di lei e magari indossa il suo cognome senza dover continuare a nascondersi.
Oggi tutta la collettività casalese e anche mondiale (cosiddetta «multinazionale delle vittime») è colpita da queste nuove rivelazioni dolorose che abbiamo appreso da Report, con il sostegno di quelle email probanti.
Ai processi, abbiamo ascoltato più volte i suoi avvocati parlare con rispetto e pietà per le vittime: e io credo che provino davvero rispetto e pietà, sono professionisti rigorosi, ma anche umani. Vede, loro, sì, le hanno ascoltate quelle decine di testimonianze accorate, li hanno visti quegli occhi spenti o disperati, hanno anche avuto amici morti di mesotelioma. Lei, purtroppo, non si è mai presentato a incontrarci: avrebbe appreso molto.
Questi comportamenti maldestri per mettersi al riparo, invece, Herr Sts, sono insolenti. Sono pesanti. E fanno male.
Ma, vede, come è già successo ai tempi dell’«offerta del diavolo», la nostra comunità reagisce con vigore; lo ribadisco: di fronte a questo disastro umano e ambientale, e nonostante colpi di coda luciferini, è compatta, al di sopra di ogni ideologia.

NOI SIAMO PIU’ TANTI DI VOI
Prendo a prestito le parole di una donna straordinaria che ha segnato, sassolino dopo sassolino, un lungo percorso in questa vicenda, «la» Romana: «Noi siamo più tanti di voi» urlò in piazza. Diceva poche cose la Romana (il mesotelioma le ha portato via il marito, la sorella, tre nipoti e poi anche la figlia poco più che cinquantenne), ma, quando le diceva, più che parlare scolpiva.
Prendo a prestito le sue parole scolpite per dirle qualcosa di più: quel «noi più tanti di voi» comprende i vivi che sono malati oggi, i vivi che hanno famigliari malati o che li hanno persi, i vivi che al momento sono sani, e comprende i morti, le centinaia e centinaia di nostri morti che ci guardano e che dall’Altrove in cui sono ora ci chiedono di non mollare fino a quando tutti potranno guarire.
Sono quegli occhi che danno all’ingenua che sono la forza di continuare a scrivere e a chiedere. https://www.silmos.it/e-la-romana-grido-noi-siamo-piu-tanti-di-voi-la-senti-litalia-intera/

CERCHI ALTRI AMICI
Insisto nel dirle, Signor Schmidheiny, che l’unica cosa da fare, e che lei può fare, è cercare amici alternativi: cerchi il proprietario o l’azionista di una società farmaceutica (in Svizzera ce ne sono di eccellenti, magari ha quote societarie anche lei) e convogli le sue risorse in quella direzione come ha fatto per altre attività filantropiche a favore dell’ambiente e dell’arte.
È pregevole che lei abbia fondato, ad esempio, la società «Andina» per finanziare progetti di sviluppo sostenibile in America Latina, è lodevole anche il progetto per scongiurare l’estinzione delle rane, ma perché non fa altrettanto per finanziare una casa farmaceutica affinché ricerchi la cura contro il mesotelioma con risorse adeguate e l’impegno di ottimi scienziati?
Se tutti i soldi spesi sia per attività filantropiche sia per attività di autodifesa (o nascondimento, o minimizzazione, o mistificazione etc etc) li avesse investiti per curare il mal d’amianto, sono certa che oggi l’avremmo già quella terapia.
Può farlo adesso.

ANCORA UNA COSA…
Forse, per comprendere appieno quanto sia indispensabile e urgente, c’è qualcosa che le farebbe bene. Anche qui attingo alle parole asciutte ed efficaci della Romana: le auguro di assistere una persona malata e amata così come si sono trovati a fare molti di noi; non ad assisterla pagando semplicemente le cure in una clinica specializzata, ma assisterla da vicino, attimo per attimo, nella sua vulnerabilità fisica e psicologica, quando i chili si sciolgono giorno dopo giorno, le gambe non reggono più, il respiro ha bisogno del supporto di una bombola di ossigeno, le notti sono cattive nonostante le camomille e le partite a carte, quando nello sguardo non c’è più neppure la rabbia, si è addirittura affievolito il dolore, ma rimane stampata una muta disperata rassegnazione e paura.
Sono ingenua, sì. E sono pure arrabbiata, indignata, più che altro. Ma insisto, perché noi siamo più tanti di voi. E siamo nel giusto. Provi a esserlo anche lei, Signor Schmidheiny.

Silvana Mossano

 

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Tags: Eternitletteraservizi segretiStephan Schmidheiny
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