Sarà un caso, ma dall’America all’Europa, dal Medio Oriente all’Asia qualcosa di “dejà vu”, già visto, sta emergendo nell’odierno disordine mondiale causato dalla crisi delle socialdemocrazie: una ricerca di “new deals”, di nuovi corsi politici ed economici spesso controversi, come accadde negli anni Trenta dello scorso secolo. Al pari di allora, la spinta ai nuovi corsi è generata da uomini forti, di ideologie anche contrarie ma unanimemente dediti a imporre la supremazia del potere esecutivo (il loro) sul potere legislativo e su quello giudiziario per realizzare quello che diciamo “cambiamento di regime”. Nel 2007, nel libro “Tre new deals”, lo scrittore tedesco Wolfang Schivelbusch esaminò l’operato di tre leaders legalmente eletti al governo circa cent’anni fa, Hitler, Mussolini e Roosevelt, il Presidente degli Stati Uniti. Il loro punto di partenza fu lo stesso, il riformismo come vedremo tra breve, ma il loro punto di arrivo fu l’opposto, sottolineò Schivelbusch. Roosevelt, eletto Presidente quattro volte consecutive, dal 1932 al 1944, quasi un continuo plebiscito, consolidò la democrazia, Hitler e Mussolini la distrussero.
Uomini forti
Accostare Franklin Delano Roosevelt a Hitler e Mussolini parrà un paradosso, ma l’intento di Schivelbusch non era di fare un paragone tra di essi, una assurdità, Era di spiegare che il nuovo corso di un uomo forte sì ma rispettoso dei diritti umani e civili, che rispecchi le istanze dei cittadini e disponga di una stabile maggioranza parlamentare, va sempre nella giusta direzione. E al contrario, che il nuovo corso di un autocrate porta sempre a una dittatura. Oggi gli uomini forti come Trump il Presidente russo Putin e il Presidente cinese Xi minacciano di avviarsi sulla strada di Hitler e Mussolini e in Europa aumenta il numero dei loro imitatori. L’Italia non è immune da queste deviazioni, lo ha mostrato l’addio del generale Vannacci alla Lega, addio propiziatorio di nostalgie mussoliniane. Ma proprio per questo la nostra destra e la nostra sinistra, guidate entrambe da donne forti disposte allo scontro, Meloni e Schlein, dovrebbero fare tesoro della “lezione Roosevelt”. In quest’era di incertezze e di emergenze l’Italia e l’Europa non hanno bisogno di condottieri ma di riforme condivise, come ci ha ammonito il nostro ex premier ed ex banchiere centrale europeo Mario Draghi.
Le “quattro libertà”
Che politico fu Roosevelt? Noi europei lo conosciamo in prevalenza come il Presidente democratico che salvò l’America dalla “Great depression” la grande crisi economica successiva al crac di Wall Street del 1929 e che negli anni Quaranta salvò l’Europa dal nazismo alleandosi con l’Inghilterra e con la Russia. Ma per gli americani Roosevelt fu anche il fondatore della “Presidenza imperiale”, il titolo del libro forse più famoso dello storico Arthur Schlesinger Jr., un suo estimatore, il leader che per realizzare le sue riforme scavalcò tutti gli altri poteri e condizionò le istituzioni, la burocrazia e i media. Pochi sanno che Trump lo considera un grande Presidente per il suo decisionismo e il suo autoritarismo (si è fatto fotografare travestito da lui), ma Roosevelt non fu per nulla trumpista: non perseguì i suoi interessi personali bensì quelli nazionali, non ricattò gli alleati, anzi, non scatenò conflitti commerciali né si appropriò di territori altrui. In un contesto difficile quanto l’attuale si adoprò per l’elettorato su tutti i piani, con lo slogan delle “Quattro libertà”, le libertà di parola e di culto, e le libertà dal bisogno e dalla paura.
A confronto con i dittatori
In “Tre new deals” Schivelbusch spiegò che cosa a suo parere accomunava Roosevelt a Hitler e Mussolini: il paternalismo e populismo di alcune loro politiche, un certo statalismo, la capacità di comunicare e di persuadere tramite le nuove tecnologie, il simbolismo dei colossali lavori pubblici. Ma evidenziò subito che cosa lo differenziava dai due dittatori, dall’empatia per i cittadini al ricorso alla maggioranza parlamentare, ricordando che nei primi cento giorni alla Casa Bianca Roosevelt riuscì a emanare quindici cruciali e applaudite leggi, e che quei primi cento giorni passarono alla storia come “la luna di miele” tra il Presidente e gli elettori, il banco di prova di tutti i successori. Il “new deal” rooseveltiano attribuì al governo federale la regolamentazione dell’economia e della società prima frammentata tra gli Stati dell’Unione, diede vita ad agenzie federali operative e con il tempo fece della Presidenza un’istituzione militare oltre che politica. Per molti repubblicani e per i “robber barons” o baroni ladri, i finanzieri e gli industriali responsabili del crac del 1929, i tycoon di allora, Roosevelt fu un nemico da eliminare.
Non divisivo come Trump
Ma la verità è che Roosevelt non fu divisivo come Trump oggi, al contrario unificò quasi tutto il Paese, e che diversamente da Trump reagì alle crisi internazionali non con i “blitz” armati ma con i negoziati. Per il popolo americano il rooseveltismo significò lavoro e welfare, ridistribuzione della ricchezza e giustizia. Roosevelt fu accusato di servirsi dell’Fbi, la polizia federale, e dell’Irs, il fisco federale, per ricattare gli avversari politici, ma più spesso lo fece per neutralizzare la mafia e le forze eversive capeggiate da capitalisti selvaggi filonazisti come Henry Ford, il magnate dell’auto, che stavano riarmando Hitler. Nessuna delle sue iniziative suscitò in America lo sdegno suscitato adesso dalla caccia ai migranti da parte dell’Ice di Trump. E’ vero che Roosevelt spostò la Corte suprema a sinistra nominandovi giudici democratici e violò la Costituzione rinchiudendo i nippo americani (e gli italo americani) nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. Ma senza di lui l’America non avrebbe mai conosciuto la socialdemocrazia né sarebbe intervenuta contro il cosiddetto Asse, la Germania il Giappone e l’Italia.
Evitare gli errori di 100 anni fa
All’approssimarsi degli anni Trenta l’Italia e l’Europa dovrebbero ispirarsi al modello Roosevelt ed evitare gli errori di cent’anni fa. I leaders politici italiani quelli di sinistra in particolare dovrebbero, se non le conoscono, studiare le sue strategie. Nel 1932, la sinistra americana era divisa e dispersiva come la nostra oggi. Roosevelt riuscì a formare una coalizione, la “New deal coalition”, basata non solo sui sindacati, gli agricoltori e le minoranze ma anche sui moderati, concepita per accogliere le richieste della cosiddetta gente comune con cui tenne contatti diretti. Il Partito democratico ne fu l’alfiere, ma non antepose i propri obbiettivi a quelli della coalizione che potè cosi’ reggere il Paese per dodici anni. Soltanto alle elezioni del 1944, un anno prima di morire, Roosevelt si presentò alle urne come il capo del partito, non della coalizione. Senza dubbio, oggi in Italia non disponiamo di un leader altrettanto carismatico, ma se quelli che abbiamo abbandonassero i loro giochi di potere per il bene nazionale, e se le opposizione smettessero di demonizzarsi a vicenda, faremmo molto più facilmente fronte alle sfide che ci attendono.
Il monito di Draghi
L’Europa tenga una condotta analoga. Lungi dal tollerare altre folli “Brexit”, l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione, un errore che gli inglesi stanno pagando a caro prezzo, l’Europa dovrebbe cementarsi come fecero gli Stati Uniti, i quali impiegarono un secolo a diventare veramente tali, ma quando lo fecero assursero a superpotenza. Ha ragione Draghi a lamentarsi che siamo una confederazione a rischio e a incitarci a trasformarci in una federazione se vogliamo sfruttare il nostro potenziale che è straordinario, lo si creda o non. L’ora giusta è oggi, sono passati quasi settant’anni dal Trattato di Roma, l’atto di nascita dell’Unione Europea, e non si può più dilazionare un nuovo corso verso gli Stati Uniti d’Europa. “Solo così potremo preservare i nostri valori – ha ribadito Draghi – impedendo ad altri di subordinarci e di deindustrializzarci. Dove ci siamo federati, sul commercio, sul mercato unico, sulla politica monetaria” ha aggiunto l’ex premier “negoziamo come un solo soggetto e siamo rispettati come una potenza”. Vanno federate pertanto anche le politiche estera, economica, di difesa, ambientale, tutto ciò che ci unirebbe di più
I sovranisti di oggi
Soprattutto per i sovranisti americani dei suoi tempi, che rivendicavano più autonomia per i singoli Stati dell’Unione, Roosevelt fu un dittatore. Ma la storia ha dato loro torto, se i loro Stati non si fossero integrati gli Usa non sarebbero adesso così dominanti, sarebbero un’altra America del Sud, un miscuglio di democrazie vere e false, quasi tutte deboli. I nostri sovranisti se ne rendano conto, l’alternativa che essi offrono quella di un’Europa di autocrati con alleanze diverse foriere di future guerre. Trump sta demolendo l’Alleanza Atlantica sebbene essa abbia contribuito enormemente alle fortune della sua Nazione, e Putin sta tentando di fagocitare l’Ucraina e forse altri ex Stati sovietici europei. I nostri leader, eredi della civiltà dal volto più umano di tutte, cresciuti con stessi principi, hanno l’obbligo politico e morale di impedirglielo. Non importa che ci vogliano cinquanta o cento anni per arrivare agli Stati Uniti d’Europa, o che si realizzi una federazione imperfetta, come sono imperfetti gli Usa. Importa che si incominci a lavorare a questo fine, anche al costo di riarmarsi e addossarsi grossi sacrifici. Sarebbe un bene per il mondo intero.
Ennio Caretto









