Per la prima volta in ottant’anni l’Europa è sola. E’ sola nelle drammatiche guerre dell’Ucraina, di Gaza e dell’Iran dove oltre che con il presidente americano Trump è in contrasto anche con quello russo Putin e con il premier israeliano Netanyahu. E’ sola nella sua difesa dei diritti umani e nella sua osservanza del diritto internazionale davanti alle superpotenze. E’ sola nella sua insistenza sul disarmo atomico e sulla diplomazia per il conseguimento e la conservazione della pace. E’ sola nella più grave crisi petrolifera ed energetica del secolo. E’ sola nelle tempeste industriali, commerciali, finanziarie e monetarie scatenate dai suddetti e dal presidente cinese Xi. Non che sia senza colpe e che non abbia commesso seri errori, anzi. Ma nel mondo attuale, il più instabile e più cinico dalla Seconda guerra mondiale, dove la forza militare detta legge, la sua solitudine è quella dei giusti e degli stoici. Con il contributo di Putin e Netanyahu e con il giubilo di Xi, Trump sta disfacendo non solo l’Alleanza atlantica bensì anche l’Occidente, ma l’Europa si attiene ai valori giudaico cristiani che da due millenni guidano l’umanità e continua a propagarli ovunque.
Fedi strumentalizzate
Il male peggiore di questo terribile 2026 è la strumentalizzazione delle fedi. Come gli Ayatollah in Iran così Trump, Putin e Netanyahu, e non solamente loro, hanno fatto della religione un’arma del potere. Bombardano, uccidono, distruggono nel nome di Dio, adoperano le tecnologie più avanzate a fini di persuasione occulta e repressione del dissenso nelle cittadinanze. Dall’equilibrio del terrore tra gli Usa e l’Urss dei tempi della Guerra fredda, che prevenne l’olocausto atomico, siamo passati a un più vasto e più sofisticato terrorismo che miete vittime innocenti non più a migliaia ma a decine di migliaia. E’ a esso che si oppone fermamente l’Europa non pacifista ma pacificatrice, in quanto riconosce la guerra giusta ossia difensiva. Si può dire che virtualmente la “Statua della libertà” e il suo “dateci gli stanchi, i poveri, le masse infreddolite desiderose di respirare la libertà” non abitano più nella baia di New York ma in Vaticano, dove papa Leone XIV, “l’altro americano” in cui oggi il mondo ripone la propria fiducia, denuncia di continuo “le inutili stragi” e le violazioni della dignità umana come papa Benedetto XV fece nella Prima guerra mondiale.
Un secolo da battezzare
Dal Rinascimento in poi, ogni secolo nella storia occidentale portò un nome, dal secolo spagnolo al secolo francese al secolo austroungarico al secolo inglese al secolo americano. Il secolo in corso è ancora alla ricerca del proprio nome, e si dice che sarà il secolo americano 2 o il secolo cinese. Ma perché non potrebbe essere il secolo europeo, almeno in parte? L’America non è più affidabile, non è certo che tornerà a esserlo nel dopo Trump, e la Cina è una dittatura espansionista per adesso non violenta, ma chissà in futuro? L’Europa invece è propositiva e trasparente, ha appreso la lezione dei suoi odi etnici e atavici, forma una società inclusiva e assistenziale, cerca il dialogo non lo scontro. A differenza delle due superpotenze a cui è moralmente superiore, e di cui è pari nella rivoluzione tecnologica, costituisce già un modello alternativo per alcuni giganti emergenti e Paesi terzi. Ha solo bisogno di unirsi e rafforzarsi maggiormente per rispondere alla sfida sinoamericana. Sbaglia chi si oppone a un suo riarmo limitato e la vorrebbe neutrale come una gigantesca Svizzera, perché la Cina, l’America, la Russia e l’Iran rispettano la forza innanzitutto.
Da Alphonse Karr a Martin Luther King
L’Europa deve vedere nella sua solitudine un’occasione per stringere nuove alleanze, contenere i Trump e i Putin e così salvare l’Occidente. Si cita molto spesso il noto detto dello scettico scrittore francese Alphonse Karr “più si cambia più è lo stesso” onde mantenere lo status quo, ma invece si dovrebbe ricordare l’emotivo discorso di Martin Luther King, il leader nero americano dei diritti civili, “io ho un sogno” per promuovere profondi mutamenti. Il sogno europeo è quello di una unione vera, edificatrice del proprio destino e non più spettatrice ma protagonista dei massimi eventi. Vi sono medie potenze pronte ad affiancarla, dalla Gran Bretagna al Canada, vi sono nazioni latino americane e altre persino in Africa e in Asia disposte a seguirla. Assieme a esse l’Europa non rimarrebbe inascoltata. Sarebbe una svolta cruciale per il mondo intero che è alle prese anche con l’intelligenza artificiale, potenzialmente più pericolosa dell’atomica, e con oligarchi come Musk, il boss della Tesla. Se l’Europa si tirasse indietro, la spartizione della Terra in tre o quattro imperi, uno americano, uno russo, uno cinese e uno islamico sarebbe inevitabile.
Percorso iniziato mille anni fa
Un’Europa integrata è un’utopia? Forse lo è ancora, ma non lo sarà più tra qualche tempo, perché essa è il punto di arrivo del percorso iniziato il 25 dicembre dell’800 da Carlo Magno, il padre del Sacro Romano Impero. Da allora, per più di un millennio, l’Europa ha saputo rinnovarsi e talora unirsi anche tra sanguinose e lunghe guerre, riscattandosi per ultimo dagli atroci trascorsi coloniali. A differenza dell’America, un turbolento crogiolo di razze e religioni, essa ha un comune patrimonio culturale e il marzo prossimo festeggerà il settantesimo del Trattato di Roma, atto costitutivo della Comunità economica europea. In questo frattempo, ha risolto quasi tutti i problemi interni lasciatile dalla Seconda guerra mondiale, spingendo gli ex Stati nemici a collaborare tra di loro, e ha formato il libero mercato più avanzato. Ma non diverrà una superpotenza se non si riarmerà, ripeto, perché questo è il metro di misura che vige attualmente. I mezzi per arrivarci li ha, risparmierebbe fino a cento miliardi di euro annui se coordinasse le politiche di difesa di tuti i suoi Stati membri e della Gran Bretagna, che come la Francia possiede l’atomica.
Assunzione di responsabilità
Noi europei, i nostri leaders politici in testa, verremo condannati dalla storia se non ci assumeremo le nostre responsabilità. E’ ora che ci rendiamo conto che per realizzare grandi progetti non basta la “soft power”, la capacità di persuadere, ci vuole altresì la “hard power”, la capacita’ di condizionare gli altri. Una serie di riforme a Bruxelles sarebbe quindi il miglior punto di partenza, e la prima la conosciamo tutti: con ventisette Stati membri, le decisioni più importanti non possono più venire prese all’unanimità, devono essere prese a maggioranza qualificata. Ma per riuscirci occorrerebbe stroncare il sovranismo che ancora domina in più di un Paese, sebbene dopo sedici anni al potere il suo profeta, l’ungherese Orban, sia stato sconfitto alle elezioni. Per ora, l’unico rimedio disponibile è quello dei volenterosi, i gruppi che si creano per risolvere una crisi: essi scavalcano i sovranisti e passano dalle parole ai fatti ottenendo qualche risultato. Sono cruciali inoltre altre misure, dal varo di bonds o titoli europei in Borsa che metterebbero quelli americani in difficoltà all’indipendenza digitale dai colossi statunitensi, i cavalli di Troia di Trump.
Ucraina banco di prova
Il banco di prova dell’Europa, che ci dirà dove andremo, sarà l’Ucraina, a cui abbiamo finalmente erogato un enorme prestito in modo che possa continuare a difendersi. Putin non sta vincendo la più lunga guerra mai combattuta dalla Russia, e non la vincerà se, senza intervenire militarmente, noi appoggeremo sino alla fine il presidente ucraino Zelensky. Trump ha abbandonato l’Ucraina nella speranza che si arrenda allo zar russo con cui intende concludere lauti affari, ma l’Ucraina non è un feudo del Cremlino, è una Nazione europea, è indipendente e tocca a noi aiutarla a rimanere tale. Se avremo successo, Putin e Trump ci tratteranno molto diversamente da come ci trattano adesso, non ci insulteranno e sbeffeggeranno più con i loro vergognosi attacchi al presidente Mattarella e alla premier Meloni, negozieranno. I nostri leaders politici che si lavano le mani dell’Ucraina sappiano che ci stanno danneggiando e che stanno facendo il gioco dei due aspiranti imperatori. E’ interesse di noi europei e di tutte le democrazie del mondo che Putin e Trump e i loro pari vengano indeboliti e ridimensionati e al più presto possibile, non tra alcuni anni.
L’incognita Trump
Diversa è la guerra dell’Iran. Se quello degli Ayatollah non fosse un regime disumano ci potremmo rallegrare che stia indebolendo e ridimensionando Trump. Il tycoon mira a demolire l’attuale ordine mondiale per instaurarne uno su misura per lui, probabilmente Cuba sarà il suo prossimo bersaglio, poi tenterà di appropriarsi della Groenlandia. Prepariamoci a un duro confronto, non cediamo alle sanzioni e ai ricatti, a partire dalla sua minaccia di abbandonare la Nato, una svolta suicida che non compirà. Trump, che è appena scampato a un altro attentato, frutto del clima d’odio che cresce in America e che non si può condonare, ha subito varie sconfitte politiche, vedasi la guerra dei dazi e la marcia indietro della polizia anti migranti. Siamo fiduciosi, il popolo americano non si piegherà a lui, il suo indice di gradimento è sceso sotto il 40 per cento, e dopo i suoi blasfemi attacchi al Papa e i suoi deliri di onnipotenza alcune istituzioni gli oppongono una decisa resistenza. Trump è forse il peggiore Presidente della storia americana, un despota in maschera, ma l’America è una democrazia e non degenererà in un regno.
Ennio Caretto









