CASALE – Un’esperienza toccante e coinvolgente è stata quella che hanno vissuto nei giorni scorsi gli alunni di alcune classi del Balbo incontrando Amaka Ethel Nwokorie che ha portato la sua testimonianza nella scuola grazie al progetto “Time to change” di Rete Insegnanti Italia attivato dalla docente di religione Gabriella Coppo e alla bottega equosolidale Equazione.
“Ho deciso di rimanere in Italia, anziché tornare in Nigeria o trasferirmi altrove, perché voglio essere io il cambiamento, voglio cambiare la narrazione. Non è vero che l’Italia è un paese di prostitute, come mi hanno fatto credere al mio arrivo; non è vero che per una donna, specialmente per una migrante, non ci sono altre possibilità.» Queste le prime parole di Amaka Ethel Nwokorie. La giovane donna ha risposto con disponibilità all’intervista preparata da Alessandra Cattaneo, Sarai Costa Lima, Lucrezia Dolcino, Virginia Gonella, Sara Mangiotti e Marius Bontidean (classe 4ªA Liceo di Scienze Umane). Ma prima ha raccontato la sua storia, che ha trovato il coraggio di mettere per iscritto nel libro “Le parole di mio padre”, edito da Altrəconomia: una storia che ha commosso tutti.
«Sono stata portata in Italia nel 1995 con l’inganno, perdipiù da parte di una cugina: diceva di aver bisogno di me con urgenza, avrei dovuto sostituirla nel suo lavoro per darle la possibilità di tornare in Nigeria. – ha esordito la scrittrice – Io, in realtà, non avrei voluto partire: stavo bene là, frequentavo l’università di Economia, avevo là i miei sogni. Nel messaggio, la cugina faceva leva sulla fiducia del datore di lavoro, sull’affetto nei miei confronti. Inoltre, l’Università era in sciopero, mio padre era malato, i soldi sarebbero serviti. Insomma, mi sono lasciata convincere.» Amaka atterra quindi a Fiumicino, per spostarsi subito a Torino con un viaggio in treno. L’indomani, sveglia alle 5 e poi, scortata dalla coinquilina Eugenia, con vari cambi di treno, Amaka raggiunge Abbiategrasso. Il luogo per l’appuntamento con il datore di lavoro, però, la insospettisce: nessuna fabbrica, solo campi di mais e un capanno abbandonato. Dalla trasformazione di Eugenia, che si trucca, indossa una parrucca e un vestito succinto, Amaka capisce l’inganno. Le tornano in mente le parole di suo padre alla partenza: «Nessuna conoscenza è uno spreco». Forte della fede e dell’educazione ricevuta, Amaka non vuole cedere: dopo quindici giorni «pesanti come quindici anni» di ricatti, torture, reclusione in casa, minacce di morte, trova finalmente l’occasione per fuggire. Amaka viene aiutata da un ciclista disposto a parlare con lei in inglese, da una donna tedesca, interprete, che la affida alle suore di Madre Teresa di Calcutta e, in seguito, da varie congregazioni.
Il resto della sua storia Amaka preferisce non raccontarlo, per non togliere il gusto di scoprirlo leggendo il libro. Amaka ha deciso di restare in Italia e di imparare l’Italiano, nonostante questa fosse la lingua dell’odio e dell’inganno, per riprendere in mano i suoi sogni. E ci è riuscita: si è laureata e lavora come counselor e come mediatrice culturale e linguistica in diversi ambiti, dalle scuole ai centri di accoglienza agli ospedali. Ha cinque figli che stanno imparando da lei a «cogliere il buono da ogni circostanza e da ogni persona», come lei ha imparato dal padre. Il suo sogno? Arricchire la sua esperienza di cambiamento e contribuire a creare un mondo dove le donne, grazie all’educazione, possano diventare libere e indipendenti.








