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“L’eredità della Banda Tom”

Le immagini e i testi della commemorazione dell’eccidio dei partigiani

Dario Calemme di Dario Calemme
19 Gennaio 2026
in Casale, Cittadina, Cronaca
“L’eredità della Banda Tom”
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CASALE – Mirco Carrattieri è stato l’oratore ufficiale alla commemorazione dell’eccidio della Banda Tom, avvenuto il 15 gennaio 1945 alla Cittadella di Casale: docente all’Università di Bergamo, è di origini reggiane, “concittadino di Nilde Iotti, che fu relatrice a Casale per la Banda Tom nel 1982”. Il professore al Municipale ha inquadrato l’operato  dei partigiani monferrini nel contesto storico dell’occupazione nazista. Poi si è soffermato sui responsabili dell’eccidio:  il maggiore Meyer ma anche i fascisti italiani della Guardia nazionale repubblicana. Il docente ha parlato del sentimento della pietà, un sentimento condiviso, anche “per le altre parti” della guerra di Liberazione, “ma sono le vite che sono diverse”. I ragazzi della Banda Tom “hanno fatto la scelta più difficile: non il mettere a repentaglio la propria vita, ma il rischiare di uccidere, di eliminare altre vite”. Una “scelta di libertà dall’occupazione ma anche dal regime fascista. I partigiani, compresi quelli della Banda Tom, “hanno combattuto senza avere chiare idee politiche per avere un futuro migliore del passato”, un futuro nell’ottica del bene comune. E’ il primo insegnamento per i giovani. Concretizzatosi poi con l’avvento della democrazia, la nascita della Repubblica, la Costituzione. Un’eredità tramandata fino a noi. La mattinata si era iniziata con la Messa in Cattedrale, con i rappresentanti delle istituzioni, presieduta da mons. Francesco Mancinelli. “Dopo 81 anni – ha detto – dobbiamo smettere di fare retorica, chiediamoci perché quei giovani hanno scelto di compiere quel cammino per raggiungere un ideale, la libertà, e che fine ha fatto quell’ideale”. Che è “un dono fragile, prezioso, che va alimentato”. Poi il trasferimento in corteo al Municipale per gli interventi istituzionali: il sindaco di Casale, Emanuele Capra, il consigliere provinciale Stefano Zoccola, l’esponente dell’Anpi Carla Gagliardini,  il professor Mirco Carrattieri e il presidente del Comitato unitario antifascista e presidente del Consiglio comunale di Casale Giovanni Battista Filiberti. Al termine, la deposizione di una corona d’alloro in Cittadella sul luogo della fucilazione, al termine della quale è stato intonata “Bella ciao”.

 

Riportiamo le parole di Emanuele Capra, di Carla Gagliardini e di Giovanni Battista Filiberti.

L’intervento del sindaco Emanuele Capra

Anche quest’anno Casale Monferrato si raccoglie in silenzio per onorare le vittime dell’eccidio della Banda Tom. Una ferita profonda, incisa nella storia della nostra comunità, che il tempo non ha cancellato e non deve cancellare. Oggi però non ci limitiamo a stringerci nel silenzio della memoria condivisa di un fatto doloroso del passato: oggi ci ritroviamo qui, come ogni anno, per fare di quegli accadimenti un’occasione di insegnamento per il futuro. Quei giovani uomini, strappati alla vita dalla violenza cieca della guerra e dell’odio, rappresentano una generazione che ha pagato il prezzo più alto perché altri potessero vivere in libertà. Erano figli di questa terra, cresciuti tra queste strade, con sogni semplici e grandi allo stesso tempo. Il loro sacrificio è diventato radice, fondamento, patrimonio morale della nostra città. La memoria, però, non è un esercizio rituale. È una responsabilità collettiva, diremmo oggi. Serve a orientare il presente e a dare direzione al futuro. Perché ciò che è accaduto allora ci parla ancora, con una voce sorprendentemente attuale. Mentre siamo qui, in questa occasione di celebrazione, il mondo è di nuovo attraversato da conflitti sanguinosi. Guerre vicine e lontane, che colpiscono civili, bambini, famiglie. Scene che pensavamo consegnate ai libri di storia tornano a bussare alle nostre coscienze attraverso le immagini, le notizie, le storie di chi perde tutto. Cambiano i confini, cambiano i nomi, ma la sostanza resta la stessa: quando la violenza prende il posto del dialogo, a perdere è sempre l’umanità. Il ricordo dell’eccidio della Banda Tom ci deve insegnare proprio questo: la guerra non è mai astratta, non è mai lontana. Ha sempre volti, nomi, comunità spezzate. E ci ricorda che la pace non è una condizione naturale, ma una costruzione quotidiana, fatta di scelte, di coraggio civile, di responsabilità collettiva. Come istituzioni, come amministratori pubblici, come cittadini, siamo chiamati a custodire questa eredità. A difendere i valori della libertà, della democrazia, della dignità umana, non solo con le parole solenni dei giorni commemorativi, ma con la coerenza delle azioni di ogni giorno. È questo il modo più autentico per onorare chi ha dato la vita. Casale Monferrato, città di lavoro, di solidarietà e di memoria, sa che il futuro si costruisce senza dimenticare il passato. Sa che ricordare non significa restare fermi, ma andare avanti con maggiore consapevolezza. Con quello sguardo lungo che tiene insieme la tradizione e la responsabilità verso le nuove generazioni. A loro, ai nostri giovani, dobbiamo consegnare una memoria viva, non retorica, non meschinamente condizionata da ideologie e interessi, una memoria condivisa di fronte al sacrificio di 13 ragazzi che non erano eroi per vocazione. Lo sono diventati per scelta. Una memoria che sappia dire con chiarezza che la libertà non è scontata, che la pace va difesa, che l’indifferenza è il primo alleato della violenza. Il mio auspicio anche nell’ascoltare gli interventi che seguiranno è proprio quello di non cogliere riferimenti di parte o occasioni strumentali per rappresentare le proprie idee di parte. Per quello sono altri i momenti. Questo deve essere un momento condiviso che coinvolga tutta la comunità a prescindere dal proprio credo. Un atto di memoria per rinnovare un patto morale con la nostra storia e con il nostro futuro. Con rispetto, con umiltà, con la ferma volontà di stare, sempre, dalla parte dell’uomo e della pace. Un atto per ricordare la radice della nostra libertà. E a voi giovani, che forse sentite lontane queste storie, chiedo di ascoltare, di custodire e di diffondere questo ricordo, perché la storia non si ripeta e perché la nostra comunità continui ad essere esempio di civiltà e solidarietà. Concludo invitando tutti noi a riflettere sulle parole di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Ricordiamo, dunque, per conoscere e per costruire insieme un futuro migliore, degno del coraggio di chi ci ha preceduto. Che la memoria della Banda Tom ci ispiri a essere promotori di pace e a non voltare mai lo sguardo davanti all’ingiustizia e alla sofferenza, ovunque si manifestino nel mondo. Tenuto conto oltretutto che questo mondo appare sempre più vicino. Viva la libertà, viva la Banda Tom, viva Casale Monferrato.

L’intervento di Carla Gagliardini, a nome dell’Anpi

Nel ricordare gli 81 anni dall’eccidio della Banda Tom, la sezione Anpi di Casale Monferrato è felice di comunicarvi che, in collaborazione con il Col. della Guardia di Finanza Gerardo Severino e la sezione Anpi di Londra siamo oggi in grado di restituire al partigiano inglese della Banda Tom il suo vero nome e la sua appartenenza militare corretta. Si tratta del giovane inglese trentunenne che per oltre ottant’anni abbiamo chiamato Harry Harbyhoire e che abbiamo pensato fosse un aviere della Raf. La nostra sezione e quella dell’Anpi Londra avevano deciso di indagare sulla storia di Harry. Non ci aspettavamo di scoprire, però, che il cognome di Harry non fosse quello inciso sulla lapide in Cittadella e nemmeno che il suo ruolo militare fosse diverso da quello che conoscevamo. Oggi possiamo ridargli la sua vera identità, ossia: Harry Darbyshire artigliere del 28° reggimento della Royal Artillery, sepolto nel cimitero di guerra di Milano e nn nella cittadina natale nel Regno Unito, come erroneamente creduto fino ad ora. Vogliamo ringraziare tutti e tutte coloro che hanno dato una mano nella ricerca, dai diversi Istituti Storici coinvolti, alla Biblioteca e all’Ufficio Cimiteriale della Amc di Casale, dal sindaco di Bradford, cittadina natale di Harry, all’archivio della Raf. Ma ovviamente il nostro grazie più sentito va al Col. Gerardo Severino, che ha guidato la ricerca e scritto la biografia di Harry, che pubblicheremo prima delle celebrazioni del 25 Aprile; alla sezione Anpi Londra e alla Polizia scientifica di Torino che ha accolto con entusiasmo la nostra ricerca e sta ancora lavorando per verificare se, con il materiale che abbiamo fornito, sia possibile risalire al volto di Harry, fino ad ora ancora sconosciuto. Ed è proprio partendo da lui, da Harry, che vogliamo fare una riflessione su questo giorno di commemorazione della Banda Tom. Harry, scappato dal campo di prigionia nel quale si trovava in Italia quando l’Armistizio fu siglato, avrebbe potuto dirigersi verso la Svizzera e da lì trovare la via verso casa, ma non lo fece. Scelse di unirsi alle bande partigiane per lottare per la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupante nazista. Harry, insieme a Tom e a tutti gli altri partigiani della Banda, ha dato la vita per un’idea di società che è rappresentata dalla Costituzione italiana scritta dai padri e dalle madri costituenti per portare fuori il nostro paese dalla tragedia della guerra e della dittatura, per costruire un avvenire di pace e di democrazia. Allora inevitabilmente ci domandiamo: cosa dobbiamo fare per costruire la pace e la democrazia? Forse investire nelle armi? Oppure mettere delle morse per reprimere il dissenso? O forse concentrare il potere nelle mani di un solo soggetto costituzionale rendendo tutti gli altri subordinati a questo? Ovviamente nulla di tutto questo. Per costruire pace e democrazia la strada è un’altra ed è quella del dialogo, del confronto, della diplomazia; della costruzione delle condizioni materiali per liberare chiunque dal bisogno; è ripartire i poteri tra soggetti costituzionali in modo che nessuno prevarichi sull’altro e che ci sia al contrario un controllo reciproco che permetta di non trasformare il potere in arroganza e violenza. Insomma, è quello che già la nostra Costituzione stabilisce e che se attuato ci permette di vivere in una società libera, democratica, solidale e di pace. L’abbiamo detto l’anno scorso ma siamo consapevoli che ci tocca ripeterlo anche quest’anno: attenzione alle modifiche costituzionali che di fatto scardinano il sistema dei pesi e dei contrappesi tra i poteri dello Stato. Lo diciamo non solo perché siamo legati alla saggezza dei padri e delle madri costituenti ma anche perché sappiamo che una volta indebolito o addirittura cancellato tale equilibrio il risultato sarà mani libere per chi detiene o accarezza il potere e meno spazi di libertà per tutti gli altri. Questa non sarebbe più democrazia. E’ un sentiero pericoloso e non ci stancheremo mai di ripeterlo. Lo è ancora di più in un momento storico come quello che stiamo vivendo dove l’allergia diffusa verso la democrazia sta prendendo sempre più piede ed è una bomba a orologeria che se non viene disinnescata ci porterà dritti verso scenari apocalittici. La storia deve insegnare qualcosa per il presente e per il futuro ma stiamo dimostrando di essere dei pessimi allievi. Tuttavia c’è sempre tempo per essere saggi e la saggezza risiede nei popoli che amano la pace e a quelli dobbiamo ispirarci e perché no, diventarne noi stessi ispiratori perché le soluzioni per un mondo libero dalla guerra e dall’oppressione esistono ma sono contrastate da chi detiene il potere perché, si sa, guerra e oppressione vanno a braccetto con interessi e affari. La saggezza della Banda Tom sta nel fatto di aver compreso, anche a proprie spese, che guerra e compressione delle libertà sono la fortuna di pochi e la tragedia per tutti gli altri. A quella saggezza dobbiamo ispirarci ogni giorno ed esserne conseguenti, facendo pressione sulla politica e sul governo perché si smetta di finanziare il riarmo, alimentando i conflitti presenti e futuri, perché non si preparino le menti delle persone alla guerra, incluse quelle dei più giovani, e affinché si metta la pace al centro della politica, attraverso la diplomazia. Noi amiamo la pace e ripudiamo la guerra! E’ con questo impegno a salvaguardia della pace e della democrazia che commemoriamo oggi la Banda Tom, abbracciamo la Resistenza e ci stringiamo con forza in difesa della nostra Costituzione. Viva la Banda Tom! Viva la Resistenza! Viva la Costituzione italiana antifascista!

L’intervento di Giovanni Battista Filiberti

Ringrazio coloro che mi hanno preceduto per i loro interventi e concludo questo momento di commemorazione da questo libro.  Si intitola “La croce sul Monferrato durante la bufera”. È stato scritto nel 1946 (esattamente 80 anni fa), dall’allora Vescovo di Casale, mons. Giuseppe Angrisani, e racconta alcune tragiche vicende (in particolare l’eccidio di Villadeati e della Banda Tom) accadute nel nostro Monferrato durante l’occupazione tedesca, vicende segnate dalla barbarie nazifascista e dal dramma, altrettanto lacerante, di una guerra fratricida. Un libretto scritto tanti anni fa, in silenzio, senza clamore, da Monsignor Angrisani. Un testo che torna oggi tra le nostre mani non per nostalgia, ma per dovere morale e civile. La decisione di ripubblicare questo libretto non è un semplice atto culturale o editoriale. È un gesto di responsabilità verso la memoria. In quelle pagine Monsignor Angrisani racconta vicende che lo hanno visto coraggioso protagonista e testimone diretto nelle pagine più difficili della Resistenza: anni segnati dalla violenza, dalla paura, dall’ambiguità morale, in cui ogni scelta aveva un peso e ogni silenzio poteva diventare colpa o salvezza. Quel libretto non offre risposte facili. Non cerca giustificazioni né assoluzioni. Racconta, con sobrietà e onestà, la complessità di un tempo in cui anche chi era chiamato a essere guida spirituale dovette confrontarsi con dilemmi profondi, con decisioni prese spesso nell’urgenza e nell’oscurità. Ripubblicarlo oggi significa accettare una memoria che non semplifica, ma che aiuta a comprendere. Da questa testimonianza personale si apre uno sguardo più ampio sulla Resistenza, vista come esperienza umana fatta di scelte individuali, di responsabilità assunte in condizioni estreme. Ed è in questo stesso orizzonte che si colloca la storia della Banda Tom, che oggi ricordiamo con rispetto e gratitudine. La Banda Tom rappresenta una Resistenza concreta, radicata nel territorio e nelle relazioni tra le persone. Uomini che, in un contesto di repressione e violenza, decisero di non accettare l’ingiustizia come normalità. La loro fu una scelta rischiosa, spesso solitaria, vissuta senza retorica e senza certezze sul futuro. Fu una Resistenza fatta di coraggio quotidiano, di solidarietà silenziosa, di sacrifici che non sempre hanno trovato voce nei grandi racconti della storia. Ricordare la Banda Tom significa ricordare una Resistenza che non fu solo armata, ma anche morale e civile. Una Resistenza fatta di chi offrì rifugio, di chi aiutò, di chi scelse di non collaborare, di chi mise a rischio la propria vita per salvare quella degli altri. È la stessa trama di scelte difficili che ritroviamo nelle pagine del libretto di Monsignor Angrisani: una storia di coscienze messe alla prova. Più in generale, ricordare la Resistenza significa riconoscerne la complessità. La Resistenza non fu un fenomeno uniforme né privo di contraddizioni. Fu attraversata da sensibilità politiche, culturali e religiose diverse, talvolta in tensione tra loro. Ma fu unita da un obiettivo comune: restituire dignità, libertà e futuro a un Paese ferito. Da quella esperienza nacquero i valori fondamentali su cui si è costruita la nostra democrazia. È per questo che la memoria non può ridursi a celebrazione rituale. Deve diventare riflessione, ricerca della verità e confronto, sempre nel rispetto delle diverse opinioni e sensibilità. Ma la memoria deve saper parlare soprattutto alle nuove generazioni, affinché comprendano che la libertà non è mai data, ma va conquistata con quotidiano impegno, responsabilità e partecipazione. Ripubblicare oggi il libretto di Monsignor Angrisani, ricordare la Banda Tom e rendere omaggio alla Resistenza significa dunque fare un unico gesto: affermare che la storia ci riguarda ancora. Che le scelte di ieri interrogano il nostro presente. Che il coraggio, la coscienza e la dignità non sono valori del passato, ma necessità del nostro tempo. Con questo spirito, oggi non celebriamo soltanto ciò che è stato. Rinnoviamo un impegno verso ciò che siamo chiamati a essere: una comunità consapevole, capace di custodire la memoria e di tradurla in responsabilità civile.

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