Adesso che la guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran, come la chiama Trump, è finita o per le meno è stata sospesa per qualche settimana o qualche anno, e il cruciale cambio di regime a Teheran non ha avuto luogo. Adesso che a Gaza Hamas si dichiara disposto a negoziare e che in Arabia Saudita si parla di un “nuovo tempo per la pace di Abramo” cioè un avvicinamento di Riad a Gerusalemme. Adesso che gli Ayatollah e le loro milizie terroristiche sparse nell’Islam e nell’Occidente sono stati neutralizzati sia pure temporaneamente e che le bombe spacca-bunker americane hanno aperto un esile spazio alla diplomazia. Adesso che cosa fa l’Europa, inerte spettatrice dei drammatici eventi in Medio Oriente e nel Golfo Persico? Invece di assumere la leadership di concrete iniziative per porre fine ai conflitti e alle atroci sofferenze dei palestinesi come potrebbe, si perde in sterili polemiche sul proprio riarmo. In un mondo dove la potenza militare e finanziaria detta legge, come abbiamo tutti visto, a sentire certi politici nostrani l’Europa dovrebbe diventare una sorta di gigantesca Svizzera, disarmata e, perché no?, neutrale.
Nel Dna il dialogo
Facciamo subito chiarezza. Da ottant’anni, cioè dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa è portatrice di pace. E’ la terra dei diritti umani e dei diritti civili, dell’accoglienza e dell’inclusione, della libertà e della tolleranza, dell’integrazione e della cooperazione. E’ una eccezione nell’attuale e pericoloso disordine internazionale, un punto di riferimento dei migranti, dei popoli che aspirano alla democrazia, dei discriminati, le donne innanzitutto. Ha nel proprio Dna il dialogo e l’accordo, non lo scontro e la sopraffazione, neppure nei campi economico, culturale e religioso. E per questo motivo, e per il suo relativo benessere più che per i suoi trascorsi coloniali, è una spina nel fianco delle dittature e dei regimi che, come gli Ayatollah, la considerano il nemico. Per secoli dilaniata dalle guerre, l’Ue oggi rifugge da esse. Ma come ricordò papa Bergoglio, ha il dovere oltre che il diritto di difendersi. E ciò comporta che nell’agitata era del trumpismo, l’era della inaffidabilità dell’America, la sua ex protettrice, essa sia costretta a fare sacrifici per riarmarsi e così garantirsi la pace, se necessario da sola.
L’incubo atomico
Guardiamo un momento il mondo in cui viviamo. L’Iran, la nuova aspirante Superpotenza, vuole la bomba atomica per distruggere Israele, come dichiara apertamente, e per impadronirsi del Medio Oriente e del Golfo Persico, come invece nega. La Corea del Nord, che la bomba ce l’ha e in grande quantità, e che intende fagocitare la Corea del Sud, è pronta a fornirgliela perché un’altra guerra contro Israele destabilizzerebbe l’Occidente, il loro comune nemico. Mentre la Cina, che è seconda soltanto all’America, si tiene fuori dalla mischia, la proliferazione delle armi nucleari è una minaccia spaventosa per l’umanità. In segreto le producono oltre ai giganti emergenti anche gli Stati canaglia. La minaccia più grave per l’Europa è quella di casa, la Russia: aggredendo l’Ucraina, la Russia ha dato il via a una campagna di riconquista dei Paesi assoggettati dall’Urss nell’era del comunismo, in primo luogo quelli dei Baltici, e occorre fermarla. Illudersi che essa, l’Iran e le altre teocrazie e dittature siano malleabili e che bastino la diplomazia e gli affari per raggiungere qualche intesa è folle perché si piegano solo alla forza.
Il futuro della Nato
Come dimostrato da Trump coi suoi bombardieri B2 e i suoi missili Tomahawk, non c’è alternativa e fortunatamente i governi europei lo hanno capito. Su pressione del Presidente americano i membri della Nato hanno deciso di portare il bilancio della propria difesa da meno del 2 al 5 per cento del Pil o Prodotto interno lordo entro il 2035. Il 3,5 per cento andrà alle spese militari, l’1,5 per cento a quelle della sicurezza, della logistica e così via. Stando a Conte, il leader dei grillini, e a Schlein, la leader del Pd, è un tradimento dell’elettorato italiano, che chiede di investire nella sanità e nel lavoro più che nella difesa. Ma come gli altri Paesi europei l’Italia riceverà contributi dall’Ue e nel dopo Trump l’accordo potrà essere modificato. Importante è che l’Europa rimanga sotto l’ombrello americano e si riarmi per assumere maggiori responsabilità e che la minaccia di Trump, “lascerò la Nato”, sia rientrata. L’Alleanza Atlantica non si è divisa nel caos delle tre guerre dell’Ucraina, di Gaza e dell’Iran, e non per caso il Presidente russo Putin si è affrettato ad assicurare di non volere una corsa agli armamenti.
“Terza forza” pacificatrice
E’ ovvio che il dibattito su come e quanto l’Europa debba o possa riarmarsi resta aperto. L’Europa non diventerà mai una superpotenza del calibro dell’America o della Cina, ma potrebbe emergere come una “Terza forza” pacificatrice, con missioni di prevenzione di guerre anche in aree lontane, e di conclusione di armistizi dove esse scoppiassero. A tale fine dovrebbe rendersi più indipendente dall’America, trasformare i deterrenti nucleari francese e inglese in un deterrente europeo, investire nelle più alte tecnologie e soprattutto adottare una sua politica di difesa. Attualmente, la mancanza di una stretta collaborazione militare tra i Paesi dell’Ue comporta uno spreco dai 25 ai 100 miliardi di dollari annui. Sono soldi da impiegare in iniziative come il varo della flotta navale italo-franco-tedesca nel Mar Rosso contro i terroristi Houthi dello Yemen l’anno scorso. E’ un progetto arduo e realizzabile solo a lungo termine, ma un’Europa più armata nella Nato sarebbe di maggior sostegno all’America. Da sempre, l’America va in guerra per imporre la pace, e nel futuro potrebbe toccare all’Europa custodirla.
Limitare i danni
Senza sicurezza, qualsiasi Nazione è esposta al terrorismo, al ricatto, alla prevaricazione altrui, e le è molto più difficile risolvere i problemi economici e sociali interni. Un riarmo arreca produzione e lavoro anche nelle infrastrutture civili e arricchisce l’economia, ed è una delle ragioni per cui l’Ue in cambio di esso ha chiesto a Trump un giusto accordo sui dazi. Il Presidente americano è talmente imprevedibile e, diciamolo pure, sufficientemente antieuropeo da causare una guerra commerciale, ma tra meno di un anno e mezzo dovrà fare i conti con il suo elettorato, che voterà il rinnovo del Congresso, il Parlamento. E per allora una guerra commerciale danneggerebbe tanto l’America quanto l’Europa, stando alla stragrande maggioranza degli economisti, e il trumpismo subirebbe un duro colpo. Le Nazioni europee adottino perciò un “piano B” per limitare i danni, più integrazione economica tra di loro e più esportazioni nel resto del mondo. Il Presidente americano è narcisista e dispotico e lusingarlo di continuo è controproducente ma l’antidoto esiste, è un risveglio politico e culturale sia in America sia in Europa.
La pace invocata dal Papa
Veniamo alla pace invocata da papa Prevost. L’Europa ha il diritto di mediare in Ucraina, in Medio Oriente e nel Golfo Persico anche senza il placet di Trump. I suoi rapporti con i Paesi in guerra sono o ragionevoli o costruttivi, con l’eccezione della Russia che sta facendo di tutto per spaccare in due l’Alleanza Atlantica. Da Teheran a Gerusalemme, da Gaza a Riad la sua voce spingerebbe i potenti a qualche riflessione, come quella del Pontefice. L’Europa non persegue secondi fini nell’Islam, ai cui territori è assai più vicina dell’America, non cerca terre rare, persegue solo la fine delle ostilità e la pacifica convivenza dei popoli. Si è sempre battuta e si batte ora per la causa palestinese e prima farà delle proposte al riguardo e meglio sarà. Leaders musulmani come l’egiziano Al Sisi e il turco Erdogan l’aiuterebbero a trovare una soluzione di questa tragedia umanitaria, e persino gli Ayatollah e il premier israeliano Netanyahu, entrambi alle prese con l’opposizione interna, potrebbero essere indotti alla ragione. In questo contesto, gli Stati arabi moderati collaborerebbero volentieri con l’Ue per sedare il terrorismo.
La minaccia di Putin
L’Ue si guardi tuttavia da Putin. Il Presidente russo vede in Trump, che nel suo primo mandato dal gennaio 2017 al gennaio 2021 fu per lui un potenziale socio in affari, il possibile picconatore della Nato e dell’Ue. E infatti la condotta di Trump è più amichevole nei confronti di Mosca che non in quelli di Bruxelles. Putin destabilizza, boicotta e minaccia l’Europa perché difende l’Ucraina, ed elogia l’America perché ne prende le distanze ed è persuaso che alla fine gliela consegnerà. Ma tratta soltanto con Trump oltre che per questo motivo anche per convincerlo a non rafforzare se non ad abbandonare la Nato. E’ il “decoupling” o disaccoppiamento degli Usa e dell’Ue da lui cercato quasi 20 anni fa, alla fine della presidenza di Bush figlio a Washington. I governi europei ne siano consapevoli e si adoprino per sventare il suo disegno. Trump può non capirlo, ma senza l’Europa l’America non sarebbe la Superpotenza che oggi è, e molti a Washington lo sanno. L’Europa è il più leale e forte alleato dell’America e il suo più importante mercato ed è la regione che ha più fornito cervelli e tecnologie. Il loro è un comune destino.
Ennio Caretto







