Tra breve entreremo in un anno purtroppo tra i più difficili di questo inizio del terzo millennio, il 2026, anno che nel nostro Piemonte dovrebbe ricordarci quello di mezzo secolo fa, il 1976. Allora ero temporaneamente a Torino, una città assediata dalle Brigate rosse, dove a maggio si sarebbe aperto, ma subito sospeso, il maxi processo contro di esse a causa dell’assassinio del procuratore di Genova Francesco Coco. Sarebbe passato un biennio, insanguinato da altri assassinii tra cui nel 1977 quello di Carlo Casalegno, ex partigiano e vice direttore de La Stampa, il mio mentore al giornale, prima che il processo si riaprisse e le Br venissero condannate. In quei mesi, Lucio Dalla avrebbe invano cantato “Nel 1979 vorrei che i brigatisti non uccidessero più”, perché nei cosiddetti anni di piombo essi compirono oltre ottanta omicidi in tutto. Ma le vittime delle Brigate rosse vennero onorate con un processo equo che condusse al declino della rivoluzione armata, e il loro sacrificio rafforzò la nostra democrazia. Nessun brigatista scomparve in carcere come invece accadde in Germania agli omologhi della Rote armee fraktion, “suicidatisi” misteriosamente a rivoltellate.
Il secondo arresto di Curcio
Il 1976 è rimasto indelebile nella mia memoria. Grandi cambiamenti erano in corso nel mondo, dal golpe militare contro Isabel Peron in Argentina all’inattesa elezione del democratico Jimmy Carter a Presidente negli Stati Uniti, e dalla unificazione dei due Vietnam dopo la sconfitta americana alla epidemia di Ebola in Africa, l’antesignana del Covid. Un drammatico evento, inoltre, scuoteva l’Italia, il devastante terremoto del Friuli. Ma l’assillo del nostro Paese erano le Br. Lo erano dal 1972, quando a Padova avevano ucciso Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola, del Movimento sociale italiano, di estrazione fascista, e Renato Curcio, il loro fondatore, era assurto a leader di un comunismo combattente alternativo al comunismo riformista del leader del Pc Enrico Berlinguer, che alle elezioni del giugno 1976 avrebbe quasi raggiunto la Dc. Curcio, la cui moglie Mara Cagol morì poi in uno scontro con i carabinieri, era stato catturato nel 1974, era fuggito dal carcere di Casale Monferrato nel 1975 ed era stato di nuovo arrestato l’anno dopo.
Il gruppo terroristico più longevo
Le Brigate rosse furono di gran lunga il gruppo di estrema sinistra più forte e più duraturo d’Europa nella seconda metà del Novecento, e sebbene sconfitte entro un decennio continuarono a colpire saltuariamente le istituzioni “nemiche” fino al 2000. Quasi tutti i leaders politici italiani, comunisti inclusi, si opposero loro dall’inizio, ma ambigua fu la reazione di alcuni leaders culturali, a partire da Leonardo Sciascia che si dichiarò “né per lo Stato né per le Br”. L’assassinio di Aldo Moro il 9 maggio del 1978 segnò un passo falso dei combattenti alienando loro le simpatie di altri emarginati. Il giorno successivo, al maxi processo di Torino, Curcio lesse un comunicato che ancora oggi ci fa rabbrividire: “La giustizia rivoluzionaria delle Br nei confronti del criminale politico Aldo Moro è il più alto atto di umanità possibile per i proletari comunisti e rivoluzionari in questa società divisa in classi”. Ma gli assassinii politici dei brigatisti aumentarono, una decina nel 1979, una dozzina nel 1980, tra cui quello del giurista Vittorio Bachelet. Lo stesso anno Walter Tobagi, un giornalista del Corriere della Sera, venne ucciso dalla Brigata XXIII marzo.
La “strategia della tensione”
Sarebbe ingiusto ricordare gli anni di piombo in Italia senza denunciare la contrapposta “strategia della tensione” dell’estrema destra intesa a preparare un colpo di Stato. Nata nel maggio del 1974 con l’attentato di piazza della loggia a Brescia che fece nove morti, crebbe con l’attentato dell’agosto seguente al treno Italicus con dodici vittime e raggiunse l’apice con l’attentato del novembre 1979 a piazza Fontana a Milano. I caduti furono allora diciassette ma l’attentato più atroce ebbe luogo alla stazione ferroviaria di Bologna nell’agosto del 1980 e stroncò ottantacinque vite. Protagonisti del “terrorismo nero” furono formazioni neofasciste come Ordine Nuovo, i Nuclei armati rivoluzionari o Nar, Avanguardia nazionale e altri. Dopo la strage dell’Italicus, la formazione responsabile, Ordine nero, distribuì il seguente volantino: “Vi diamo appuntamento per l’autunno, quando seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”, una minaccia agghiacciante. Con il senno di poi si può dire che le Br non furono in grado di rovesciare il governo in carica, ma che le dinamiche stragiste dei nostalgici di Hitler e Mussolini ci andarono vicino.
Perché ricordare
Perché ho rievocato queste traumatiche vicende? Per tre motivi. Perché le hanno vissute soltanto i sessantenni e oltre ed esse non sono note a molti quarantenni, tanto meno a molti giovani. Perché in Italia l’astio politico rischia di salire ai livelli della guerra civile dal 1943 al 1945, che rammento bene. E perché l’attacco dei presunti Propal alla sede della Stampa alla fine del mese passato mi è sembrato simile agli attacchi delle Br, in particolare nella scritta “giornalista terrorista sei il primo della lista”. I Propal formano un enorme movimento legittimo e popolare che ha il merito di avere mobilitato l’opinione pubblica italiana contro il massacro dei palestinesi a Gaza, ma è senza dubbio infiltrato da elementi eversivi che mirano non a salvare la Palestina bensì a conquistare un qualche potere in Italia. Non si tratta di poche centinaia di violenti, si tratta di gruppi organizzati e armati, sebbene non ancora con armi da fuoco, che aggrediscono i professori ritenuti fascisti nei licei e le università, e bastonano gli ebrei a loro giudizio tanto complici delle stragi a Gaza quanto il premier israeliano Netanyahu e la nostra premier Meloni.
La lezione del 1976
La lezione del 1976 è che gli opposti estremismi e il terrorismo che ne è figlio, sia chiaro a tutti, possono essere sconfitti senza il ricorso a leggi speciali e senza la sospensione della democrazia. Basta che le istituzioni dello Stato e le forze politiche si uniscano e che formino un fronte comune contro di essi, che le forze dell’ordine agiscano nel pieno rispetto della costituzione come fece con il completo consenso della popolazione il loro capo, il generale Carlo Alberto della Chiesa, più tardi assassinato dalla mafia. Fu in questo modo che l’Italia divenne un esempio per l’intera Europa nella lotta al terrorismo, grazie al sacrificio di decine di carabinieri e poliziotti, sacrificio che dimostrò che la divisa non è simbolo di fascismo, come sostenne anni fa una intellettuale di sinistra, ma un dovere esercitato quasi sempre con onore. I vertici del Pd e dei suoi alleati, della magistratura che perse tra i suoi uomini migliori, non confondano tra il garantismo, che è basilare per la democrazia, e il lassismo, che invece la erode. Come mezzo secolo fa, l’Italia ha bisogno di pace e sicurezza e il 2026 potrà essere l’anno in cui incominciare a edificarla.
Albanese e il “monito” dei Propal
Ci sono leaders che dovrebbero tacere, e se adottassimo il linguaggio delle Br la prima della lista sarebbe Francesca Albanese, la relatrice dell’Onu sulla Palestina. Dopo avere insultato la senatrice Liliana Segre, una sopravvissuta all’Olocausto, che denunciava l’antisemitismo esploso in seguito al massacro dei palestinesi, la Albanese ha insultato i giornali e i giornalisti, affermando che l’attacco dei Propal a La Stampa è stato un “monito” diretto a loro, sottintendendo così che siamo tutti servi del potere. Un “monito” a quale scopo? Affinché ci adopriamo per la causa dei terroristi di Hamas o per una rapida caduta del governo Meloni? E’ ovvio che avendo lavorato a Gaza e avendone vissuto le disumane tragedie la relatrice detesti Netanyhu e voglia la pace a tutti i costi, ma di fatto rende più difficile raggiungerla e incrementa gli odi intestini in Italia. E per quanto riguarda i giornali e i giornalisti è vero che oggi parecchi sono di parte, portavoce della destra o la sinistra più che organi di informazione. Ma nella maggioranza essi si comportano con onestà e rigore come i membri di ogni altra categoria, inclusa quella politica.
Il ruolo dei giornali
Non sa la Albanese che La Stampa, per cui lavorai venticinque anni, ha capeggiato le battaglie dei diritti umani e civili, che Casalegno, il suo editorialista principe, fu un alfiere della Resistenza? Non sa che i giornalisti vengono uccisi dai dittatori e dalla mafia perché custodi della libertà di parola, della democrazia e della giustizia? Ci sono eccezioni ma in genere si sceglie questo mestiere per passione e per contribuire al miglioramento della società umana non per conquistare il cosiddetto quarto potere, e di continuo si respingono tentativi di corruzione o di condizionamento. Si ricordi la Albanese che negli anni di piombo i giornali rifiutarono di fare da casse di risonanza sia delle Br sia del terrorismo nero e che nelle crisi più gravi i giornalisti di tutto il mondo possono perdere il posto o la vita: l’anno scorso centoventidue di loro morirono in guerra o nella lotta con i narcos o in attacchi anonimi. In Italia nessun altro medium è tanto indipendente, tanto rispettoso della legge e tanto quotidianamente analizzato e a volte criticato quanto il giornale, un organo che sa dialogare con i lettori e perorarne le istanze.
Ennio Caretto









