Per essere il trentaduesimo Stato dell’Unione, con meno di sei milioni di abitanti, Stato acquistato a inizio Ottocento dalla Francia insieme con la Luisiana e sperduto nel bel mezzo della interminabile frontiera canadese, il Minnesota ha spesso avuto un peso sproporzionato sulla storia americana. Un paradiso terrestre con più di diecimila laghi e fiumi, inclusa la sorgente del leggendario Mississippi, dal poetico nome indiano di “acque color cielo” (l’altra traduzione è “acque torbide” e non del tutto a torto), il Minnesota, per millenni regno delle nazioni Ojibwe e Sioux, è da sempre uno dei grandi campi di battaglia della politica statunitense. Un laboratorio dei diritti umani e civili, ora violati ora difesi come accade nel braccio di ferro con l’Ice, la polizia antimigranti di Trump, che ha contribuito e contribuisce a dare vita alle leggi talora più retrive ma sovente più illuminate della Superpotenza. Mentre l’Europa ne ha un’immagine idilliaca, dovuta al successo dello sceneggiato Tv “La casa nella prateria”, l’America chiama il Minnesota “un paradosso” per il contrasto tra le sue bellezze naturali e i suoi conflitti sociali, economici, razziali e partitici.
Perché la scelta di Trump
Pochi di noi si sono chiesti perché Trump abbia scelto le città gemelle del Minnesota, Minneapolis e St. Paul, la capitale, cosiddette perché praticamente ne formano una sola, quali banco di prova della caccia ai migranti, ma non solo a loro, da lui scatenata con l’Ice. Il motivo principale per cui ha occupato Minneapolis con agenti mascherati in assetto di guerra è che essa passa per una “città santuario” dei migranti insieme con New York e Chicago, cioè una città che accoglie e protegge gli illegali. Ma vi sono altri due motivi. Il primo è che Trump intendeva regolare i conti col Minnesota che da cinquanta anni vota per una Casa Bianca democratica e che nel 2024 gli schierò contro il governatore Tim Walz, il vice della sfortunata candidata presidenziale Kamala Harris. Il secondo è che il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, democratico pure lui, era in difficoltà per uno scandalo finanziario coinvolgente la comunità somala, la più numerosa degli Stati Uniti, su cui Washington sta indagando. Trump deve avere pensato che se avesse trionfato in Minnesota, Chicago e New York non gli avrebbero più potuto opporre resistenza.
Terra di pionieri scandinavi
Trump tornerà certamente alla carica in maniera diversa, c’è chi teme che i suoi seguaci alimentino la violenza che agita il Minnesota e che l’anno scorso costò la vita a una leader democratica e a suo marito, Melissa e Tom Hortman, per acconsentirgli di invocare la “Legge antisedizione” del 1898 e per imporre una sorta di governo militare. Ma al momento il Presidente ha perduto la scommessa. Ha sottovalutato il Minnesota, terra di pionieri scandinavi fieri dei propri costumi e indipendenza, di star della musica con un notevole impegno politico come Bob Dylan e Prince, di centri culturali e di innovazioni tecnologiche e mediche. Ha dimenticato che da esso proveniva il senatore democratico Eugene McCarthy, un semi rivoluzionario dei tempi di Kennedy. E soprattutto ha ignorato la lezione del maggio 2020, verso la fine del suo primo mandato, quando proprio a Minneapolis un poliziotto soffocò un nero, George Floyd, premendogli il collo con il ginocchio per oltre otto minuti. Quella tragedia generò il “Black live matters”, la vita nera conta, un movimento globale di protesta che il novembre successivo lo danneggiò alle urne.
Contro un cambiamento di regime
A sentire Frey, il sindaco di Minneapolis, il Minnesota sta combattendo contro un cambiamento di regime contemplato da Trump, l’esautorazione dei singoli Stati dell’Unione e il concentramento del potere nelle sue mani a Washington. E’ un sentimento che la popolazione condivide, in particolare il suo segmento originario, i “natives” o indiani. Nel Minnesota vigono ancora undici riserve, quattro Sioux e sette Ojibwe, giuridicamente due Nazioni autonome, per un totale di circa centosettantamila persone, di cui quasi la metà nelle città gemelle. Il loro centro culturale a Minneapolis è noto come l’ “American Indian Cultural Corridor” e la vicedirettrice Dionne Thunder lamenta che l’Ice abbia o fermato o arrestato alcuni loro iscritti, per poi rilasciarli, a causa del colore della pelle. Ricorda che nel primo mandato Trump tentò di negare agli indiani la cittadinanza americana, ma che fu bloccato dai tribunali, i quali sancirono poi il loro diritto alla cittadinanza nel 2024. “E’ da oltre cinque secoli che resistiamo agli invasori – ha detto Dionne Thunder -, ma ultimamente non solo i neri e i migranti bensì un po’ tutti sono dalla nostra parte”.
Riscrivere la storia
Il governatore del Minnesota Tom Walz, un ex membro della Guardia nazionale, ex parlamentare ed ex docente universitario, rivolge a Trump un’altra accusa (la stessa rivolta a Putin in Russia direi) quella di volere riscrivere la storia del Paese. Walz, che ha dimostrato di sapere mediare nelle crisi politiche, è uno strenuo difensore dei diritti umani e civili e rimprovera a Trump di avere imposto la censura nei parchi nazionali, la meta dei turisti di tutto il mondo, dove si rievocavano lo sterminio degli indiani, la schiavitù, la Guerra civile del 1861-1865, le dure lotte sindacali, i linciaggi del Ku Klux Klan, gli incappucciati bianchi, e via di seguito. Il Presidente asserisce di avere soltanto restituito “verità e dignità alla crescita della patria” dopo gli eccessi del “socialismo del welfare”. Ma il governatore attribuisce al proprio partito il merito di avere fatto del Minnesota uno Stato con punti di eccellenza nei settori più importanti, sia pure tra alti e bassi. Ammette che in vari periodi il Minnesota ha costituito una roccaforte conservatrice, ma sostiene che, come la California, oggi è un modello liberal che gli altri Stati dovrebbero seguire.
Curriculum coraggioso
La storia del Minnesota fa parte integrante della mitica saga del “Far West”, il lontano occidente, e testimonia della veridicità del sogno americano. Da territorio selvaggio atto soltanto alla caccia e al commercio delle pelli, a metà dell’Ottocento esso assurse a laboratorio della rivoluzione industriale e nella Guerra civile si battè contro il conservatore Sud americano, fornendo al presidente Lincoln un reggimento che includeva oltre cento neri. Il percorso verso i diritti umani e civili venne iniziato nel 1825 con la costruzione di Fort Snelling alla confluenza tra i fiumi Mississippi e Minnesota, dove nel 1836 si svolse uno dei primi processi contro lo schiavismo femminile. E nel 1890 il “lynching”, l’impiccagione arbitraria dei neri, fu dichiarata un gravissimo reato. Un curriculum coraggioso e avanti ai tempi, macchiato però dalla persecuzione degli indiani che nel 1862 si ribellarono sotto il comando di Little Crow, Piccolo corvo, e in cinque settimane, prima di essere sconfitti dall’esercito, uccisero oltre cinquecento coloni bianchi. Lincoln fece giustiziare una quarantina dei guerrieri, una esecuzione di massa senza precedenti nelle guerre indiane.
Le scuse ai nativi
Nel 2019, sempre nel primo mandato di Trump, il Minnesota porse le scuse ai “natives” per averli sottomessi e adottò provvedimenti per migliorarne le riserve. Ma le ingiustizie patite da questa e altre minoranze, quella nera in testa, hanno lasciato una impronta indelebile sullo Stato. Per i più in Minnesota l’Ice ha occupato il loro territorio e deve andarsene. Per molti va sciolta perché gode di fatto di una immunità al di sopra della legge, cosa che probabilmente Trump non farà mai perché l’Ice è anche la sua Guardia Pretoriana, persino più affidabile dell’esercito. Tuttavia questa istanza, smantelliamo la polizia antimigranti!, è condivisa da molti anche a Chicago, a New York e in alcune altre metropoli. Il Minnesota potrebbe passare alla storia come lo Stato che tracciò il percorso per contenere Trump e preservare la democrazia in America. Non che l’Ice equivalga alle SS naziste, come proclama la nostra sinistra che peraltro ha ragione di non volerla in Italia, ma la superpotenza, che già dispone del rispettato Fbi, la polizia federale, della Dea, la polizia antidroga, e di corpi analoghi, non aveva alcun bisogno di essa.
Schedati e spiati
Nelle democrazie le minacce interne sono di competenza del ministero degli Interni o del ministero della Giustizia e le minacce esterne sono di competenza del ministero della Difesa, ribattezzato da Trump ministero della Guerra. Nel 2001 il Presidente Bush Jr li ritenne insufficienti e fondò un nuovo ministero, oggi il più ampio di tutti con 350 mila persone circa, militari inclusi, il ministero della Sicurezza nazionale, per sconfiggere il terrorismo dopo la strage delle Torri gemelle. Trump lo ha trasformato in uno strumento di sorveglianza e repressione degli americani di cui l’Ice è la punta di diamante. Checché ne pensino i trumpisti, la realtà è che la cittadinanza viene schedata e spiata non tanto per mantenere la legalità e l’ordine, come si vanta il Presidente, quanto per piegarla alla sua politica e per condizionarla o escluderla dal voto. La superpotenza non è solo la più possente macchina bellica della storia con quasi tre milioni di uomini e donne, decine di migliaia di navi e di aerei e uno spaventoso arsenale nucleare, dispone anche di quasi un milione di poliziotti. Sono cifre che non sanno di democrazia, sono soldi che non sanno di eguaglianza di ceti e di razze, e lo sta gridando a tutti gli Stati dell’Unione il Minnesota.
Ennio Caretto







