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Quel lontano e illusorio Natale di 25 anni fa

Gli errori commessi a inizio millennio ci hanno portato a un periodo tra i più instabili e pericolosi della storia moderna

Redazione di Redazione
25 Dicembre 2025
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Cronaca, Prima Pagina, Primo Piano
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Il giornalista Ennio Caretto

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E’ il Natale del 2000, il primo Natale del Terzo millennio, un Natale di sogni e di speranze, uno dei più tradizionali dalla fine della Seconda guerra mondiale, traboccante di celebrazioni della cultura pop, con un’Italia del Nord innevata come non si vedeva da decenni, più lucente nella notte con le nuove lampadine Lad, e più consumista con lo “online shopping”, gli acquisti su internet. Almeno per l’Europa è anche il Natale della pace dopo gli atroci, interminabili conflitti dei Balcani proprio nell’anno del Giubileo di papa Giovanni Paolo II, due eventi osannati entrambi da tutti i popoli della terra alla ricerca del rinnovamento, ricerca che grazie alla “nuova economia” nata dalla rivoluzione tecnologica sembra destinata ad avere successo. Non si avverte neppure l’ombra del terrorismo che oscura invece il cosiddetto Terzo mondo. Sui cieli occidentali soffia il vento dell’ottimismo: si sono rivelate infondate le prime paure del 2000, come quella del “baco del millennio” il baco informatico YK2 che a Capodanno aveva paralizzato la rete, ed è ormai un lontano ricordo la guerra fredda tra gli Usa e l’Urss, tanto che i due nuovi leader americano e russo, George W. Bush e Vladimir Putin, si sono impegnati a plasmare un più equo ordine mondiale.

Un Natale felice

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Un Natale felice dunque, il Natale delle svolte di cui sono altresì simboli la nascita dell’euro nel ’99 (nella cui area l’Italia non è ancora entrata), la prima mappatura del genoma umano, e le scoperte della Stazione spaziale internazionale. Svolte anche in politica, perché noi italiani, come i russi e gli americani, vediamo grossi cambiamenti, dall’elezione di Carlo Azeglio Ciampi a Presidente della  Repubblica al “V day” di Beppe Grillo, due personalità che lasceranno profondi (e contrari) segni sul nostro Paese. Ma alla felicità natalizia contribuisce l’inconscio rifiuto di analizzare gli incipienti tremori dei sismi a venire, le proteste di massa contro la globalizzazione, contro le multinazionali e contro le istituzioni come il Fondo monetario internazionale, la prima bolla tecnologica, quella delle “dot.com” che squasserà Wall Street, e soprattutto la seconda Intifada esplosa a Gaza alla fine di settembre che infiammerà l’Islam sino a questi giorni. Con il senno di poi si dirà che l’America e l’Europa avevano abbassato troppo la guardia rispetto al terrorismo, ma, vero o no che sia, entrambe pagheranno la disattenzione a caro prezzo: la strage delle Torri gemelle a Manhatttan l’11 settembre del 2001 per mano di Al Qaeda e le guerre che ne conseguiranno.

Occasione perduta

Il mondo in cui festeggiamo l’attuale Natale è molto diverso da quello di venticinque anni fa, anche se non sarà un Natale al buio come quelli della Seconda guerra mondiale. Da sempre Natale è il tempo dei buoni sentimenti e della gioia famigliare, della fede e della preghiera, fede nella religione cristiana, la religione della pace dell’accoglienza e dell’inclusione, preghiera per il dono di un futuro migliore sereno e sicuro per l’intera umanità come auspica papa Leone XIV. Ma il Natale odierno ci dovrebbe dare qualcosa in più: il coraggio di ricordare ciò che poteva essere e che non è stato e di rimediare agli errori commessi, errori che hanno trasformato il primo quarto del nostro secolo in un periodo tra i più instabili e più pericolosi della storia moderna. Se avessimo realizzato i sogni e le speranze del Natale del 2000 come sarebbe stato possibile, oggi vivremmo in un mondo differente, una società più rispettosa dei diritti umani e civili, più proba e solidale, meno esposta alla rapacità dei tycoons, i supermiliardari, alle violenze dei dittatori, alle incognite dell’intelligenza artificiale e soprattutto ai terrorismi, a partire da quello islamico. Terrorismo che ha già ferocemente colpito la comunità ebraica in Australia e potrebbe colpire anche noi.

In che cosa abbiamo sbagliato

In che cosa abbiamo sbagliato lo sappiamo tutti. Non siamo riusciti a neutralizzare gli estremismi e a prevenire le guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq che ci hanno destabilizzato per vent’anni, e tuttora non riusciamo a por fine al massacro dei palestinesi a Gaza in corso dalla fine del 2023 e alla guerra dell’Ucraina in corso dal principio del 2022. Abbiamo risentito per quasi un decennio della Grande recessione del 2008 e 2009 “made in Usa” ossia causata da Wall street come la Grande depressione degli anni Trenta, e oggi ci ritroviamo impoveriti e alle prese con i dazi americani e l’invasione dei prodotti cinesi. Siamo andati troppo avanti con il “woke” il risveglio delle minoranze e dei diversi che ha intaccato alcuni dei nostri valori e abbiamo trascurato il problema giovanile lasciando troppo spazio al populismo e ai frequenti eccessi delle destre e delle sinistre. Il risultato è che adesso nella maggioranza delle Nazioni occidentali le istituzioni sono in crisi, la cittadinanza è delusa e divisa, e pochi leader assolvono appieno ai loro compiti. Lo vediamo in particolare in Italia, dove lo spirito di Natale, lo spirito della riconciliazione, non pare abitare più nelle case dei partiti, e dove il clima politico e sociale è astioso e dannoso per il Paese come testimoniano gli scioperi, gli scontri tra i Propals e la polizia, gli attacchi alle università e ai giornali, e così via.  

Lo spettro del terrorismo

Nessuno nel 2000 pensò che alcuni anni più tardi noi occidentali saremmo stati costretti a chiederci a ogni Natale se il terrorismo lo avrebbe insanguinato o non. Ma dal 2014, quando all’improvviso il terrorismo crebbe del trenta per cento, siamo perseguitati dall’incubo degli attentati. Ricordiamo che il 21 dicembre del 2016 a Berlino un terrorista si lanciò con un camion su un grande mercatino di Natale uccidendo dodici persone. Che nel 2018 in pieno periodo natalizio un killer fece altre cinque vittime a Strasburgo. Che nel 2020 a Triar, di nuovo in Germania, il primo di dicembre morirono travolti da un’auto lo stesso numero di passanti. Che il 18 dicembre dell’anno scorso a Magdeburg ebbe luogo un identico attentato con l’identico esito. E che in Europa nell’ultimo decennio, in periodi diversi, le schegge impazzite dell’Islam si sono macchiate di centinaia di altri omicidi nel nome di Allah. Sono ricorsi ad attentati anche taluni opposti estremisti europei ma è innegabile che il Natale sia divenuto il bersaglio di quella parte del mondo islamico che combatte una spietata guerra di religione contro di noi, guerra a cui gli Ayatollah in Iran e gli Imam in Medio Oriente si dovrebbero opporre con fermezza, non soltanto a parole come sovente avviene.

L’antisemitismo

Per la frangia massimalista, che la maggioranza moderata dei musulmani dovrebbe isolare, non esiste differenza tra il cristianesimo e il semitismo, noi e gli ebrei siamo gli infedeli. La Guerra di Gaza ha sfortunatamente alimentato questo odio atavico con il massacro dei palestinesi da parte di Netanyahu, il premier israeliano, e ha condotto alla strage degli ebrei a Sydney alla festa ebraica dei lumi come su accennato. L’antisemitismo, che ha contagiato molti Propals e che si sperava fosse sparito in seguito all’Olocausto nella Seconda guerra mondiale, sta riaffiorando ovunque a partire dall’Italia dove nel 2024 le aggressioni agli ebrei si sono triplicate. In molti Centri sociali e Pride, in teoria simboli del pluralismo, e in molti licei e università, in teoria simboli del sapere, è caccia al semita. Come alcune chiese, vengono dissacrate anche alcune sinagoghe, e scritte indegne appaiono sulle loro mura. Accusare le forze dell’ordine europee di reagire a certe dimostrazioni con troppa violenza come capita in Italia è disonesto, esse compiono il loro dovere e vengono prese a sassate e a bastonate da gruppi eversivi. Di più: dovrebbero essere elogiate quando prevengono o sventano attentati e arrestano gli elementi più pericolosi.

Dialogo da riaprire

Il cristianesimo, che esclude il ricorso alla violenza e non combatte più l’islamismo da secoli, anzi gli porge la mano, è anche la religione del perdono di cui il Natale rappresenta l’apice. Il perdono tuttavia deve essere l’avvio a una nuova era nei rapporti tra le differenti fedi. Con la recente visita in Medio Oriente papa Leone XIV ha testimoniato dell’ennesimo sforzo del Vaticano di aprire un forte dialogo con l’islamismo, ed è lecito aspettarsi che esso lo aiuti. Il mondo dell’Islam è spaccato in due, sciiti e sunniti in conflitto tra di loro, ed è in gran parte ostile a un Occidente già colonialista e imperialista ma che ora si adopera per stabilizzarlo. E’ nel suo interesse rispettare il cristianesimo e collaborare con esso, e se lo facesse spegnerebbe il terrorismo e arrecherebbe pace alle sue terre e alla nostra. Lo devono capire oltre ai suoi leader anche i dimostranti che nelle piazze e nelle strade europee urlano in questo Natale “Globalizzare l’Intifada!” e che provocano guerriglie urbane come quella di Askatasuna a Torino infiammando vieppiù gli animi. L’Occidente ha molti difetti e colpe ma li sta correggendo sebbene Putin tenti di smembrarlo e Trump di indebolirlo, è la migliore casa che l’umanità abbia costruito nel corso dei millenni.

La speranza del 2025

Che questo Natale non sia turbato da altre ombre e ci restituisca i sogni e le speranze del 2000 e la volontà e la forza di realizzarli, e che il prossimo quarto di secolo inizi con la pace nell’Ucraina e a a Gaza. E che le nuove generazioni possano migliorare la nostra condizione come le vecchie la migliorarono dopo la Seconda guerra mondiale.

Ennio Caretto

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Tags: CarettoEnnioNatale
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