In America i crimini motivati dall’odio, gli “hate crimes”, sono puniti più severamente dei crimini motivati da altri fattori. Ma odio di chi o di cosa? chiederete. Il ministero della Giustizia americano fornisce questo elenco: odio di razza o di colore, odio di etnia o di nazionalità, odio di religione, odio di genere (femminicidio innanzitutto) o di orientamento sessuale. Ma nell’elenco non figura l’odio politico, sebbene in America e purtroppo anche in Europa provochi sempre più scoppi di violenza nelle università, nelle piazze e nelle sedi dei partiti e delle istituzioni, come dimostrato giorni fa dall’assassinio nell’Utah di Charlie Kirk, il leader del movimento giovanile trumpista, per mano di un membro dell’Antifa, un’organizzazione armata antifascista. Né figura lo “hate speach”, la violenza verbale motivata dall’odio, che è invece punibile secondo un concordato internazionale del 1966. Il motivo di questo vuoto? E’ lo stesso per cui in America si circola armati: la libertà. In questo caso la libertà di pensiero e di parola, come se tenere i cittadini disarmati e vietare loro di fomentare la violenza costituissero censura o repressione.
Storia funestata dalla violenza
Sappiamo che la storia americana è funestata dalla violenza politica da due secoli, basta ricordare gli attentati alla vita di un decina di Presidenti, attentati riusciti come quelli ad Abraham Lincoln nel 1864 e a John Kennedy nel 1963, e attentati falliti come quelli a Ronald Reagan nel 1981 e a Donald Trump nel 2024, nonché di attentati a un numero molto superiore di parlamentari, di governatori e sindaci. Sappiamo anche che a compierli sono stati sia estremisti di destra sia estremisti di sinistra, e in qualche caso, ma non nella maggioranza dei casi come sostiene il ministero della Giustizia, da esaltati o squilibrati. Come sappiamo che organizzazioni eversive armate quali il Ku Klux Klan, gli incappucciati razzisti del profondo Sud, e i Weathermen underground, i bombaroli “socialisti” di New York, hanno spesso avuto un largo seguito. Ma la violenza politica non ha mai rappresentato per la democrazia americana la minaccia che rappresenta oggi. Varie sono le cause. Gli americani si trovano in preda alle “fake news”, le false informazioni dei social, a un crescente antagonismo economico e sociale e a una profonda insicurezza.
Lo spettro della guerra civile
Gli istituti di ricerca e le università hanno avvertito il pericolo che l’America corre. E’ il pericolo, per ora fortunatamente ancora lontano, di una guerra civile, come quella innescata dalla rivolta dei ghetti neri del 1968 al grido di “burn baby burn”, brucia bambina brucia, dopo l’assassinio del loro leader pacifista Martin Luther King. E i maggiori responsabili di questo pericolo sono i suprematisti bianchi, già autori del massacro del Palazzo dell’Fbi a Oklahoma City nel 1995. Dalle statistiche del ministero della Giustizia, adesso fatte sparire da Trump, il terrorismo delle formazioni neofasciste è quasi dieci volte superiore al terrorismo delle formazioni marxiste o leniniste o maoiste che dir si voglia. Ma la situazione sta cambiando, secondo la Wayne State University. C’è nelle classi medie e alte più istruite, sinora sostenitrici della democrazia “liberal”, la sensazione di essere emarginate, ed è possibile che i loro intellettuali si trasformino in rivoluzionari. E c’è nelle nuove generazioni nere e bianche, di destra e di sinistra, un parziale ripudio del principio fondamentale della democrazia, che il confronto politico non deve mai essere violento.
I giovani e la violenza
Stando alla California State University, quattro giovani su dieci, studenti o lavoratori, non escludono più il ricorso alle armi per fare prevalere la loro causa, sia pure in situazioni di emergenza. E’ una minoranza massiccia e dobbiamo augurarci che diminuisca e che non riscuota consensi in Europa, dove troppi governi fanno poco o nulla per soddisfare le istanze giovanili. Trump non è di certo il leader ideale per placare i loro animi e per stabilizzare il Paese, al contrario sembra spingere gli uni e l’altro nelle braccia degli opposti estremismi minacciando la censura o addirittura la chiusura delle tv e dei media a lui “ostili”, demonizzando i democratici, perseguitando i migranti, schierando le truppe nelle strade. E assomma a questa violenza politica una violenza culturale che affossa il mito del “melting pot” americano, il crogiolo di razze, etnie, fedi religiose, genere divenuto simbolo di inclusione e democrazia in tutto il mondo. Eppure alle urne lo scorso novembre Trump, che enunciò quanto avrebbe fatto, ottenne il 46 per cento dei voti della generazione Z, i ragazzi dai 18 ai 29 anni, e del 67 per cento dei giovani bianchi.
Scambio di accuse
In Europa non abbiamo leggi speciali contro gli “hate crimes” né abbiamo al potere cloni di Trump, con l’eccezione forse del premier ungherese Viktor Orban. Ma in Italia l’assassinio di Charlie Kirk ha innescato un dibattito, a questo punto indispensabile, sulla violenza politica, verbale e fisica, che ha malauguratamente assunto toni da guerra civile, sebbene i nostri partiti, che ne sono responsabili, lo neghino. Guerra civile che a volte non sembra essere finita nel 1945, alla pace dopo la Seconda guerra mondiale, visto che una certa nostra destra ha subito accusato una certa nostra sinistra di avere applaudito all’assassinio di Kirk e questa la ha controaccusata di strumentalizzare la tragedia. Ci sono voluti alcuni giorni perché i nostri leader, dopo questi scambi vergognosi, si scusassero con i cittadini, ma non è sufficiente, bisogna che riprendano il dibattito nel reciproco rispetto e che in seguito a esso adottino un codice di corretta condotta. Un assassinio politico è una aberrazione, ricordiamoci di quello di Aldo Moro a opera delle Brigate rosse, chiunque lo commetta e qualsiasi motivo adduca è un criminale.
Democrazia da difendere
E’ troppo chiedere ai nostri partiti di condurre campagne elettorali e non di odio, di dare ai giovani il buono e non il cattivo esempio? Non credo proprio. La Repubblica Italiana sia una democrazia non una partitocrazia né sia mai un regime di destra o di sinistra. Nessun movimento è predestinato a reggerla e a condizionarne la cultura, tutti devono fondarsi sulla tolleranza e il multipolarismo. Un nostro noto intellettuale ci ha ricordato che le parole pesano come macigni ma appunto per questo vanno misurate. I politici non dicano una cosa se i microfoni sono aperti e dicano l’opposto se essi sono chiusi, questo non è solo ingannare gli elettori è anche suscitare il sospetto che siano dei lupi travestiti da agnelli. Nell’America antecedente al trumpismo, la destra, il Partito repubblicano, era chiamata dai democratici conservatrice, non reazionaria o peggio fascista, e la sinistra, il Partito democratico, era chiamata progressista non comunista, al contrario di quanto oggi avviene in Italia. Se uno dei due partiti vinceva le elezioni l’altro esercitava una “loyal opposition”, un’opposizione leale ossia pacifica, senza ricorsi alla forza.
La lezione di Moro e di Berlinguer
Perché in Italia si è scordata la lezione di Aldo Moro, il leader storico della Democrazia Cristiana, e di Enrico Berlinguer, il segretario riformista del Partito comunista, che dialogavano nell’interesse del Paese? Polarizzare l’Italia significa alienarla alle urne, e infatti il nostro primo partito è quello dell’astensionismo. Il compito dei partiti è di ascoltare gli elettori, in particolare i giovani, non di manipolarli. Dai giovani dipende il futuro dell’Italia e dell’Europa, e il loro attuale disorientamento politico è inquietante. L’Università di Glasgow, in Scozia, ha appurato che per due studenti su tre la democrazia divide non unisce i cittadini e le istituzioni rappresentano “un sistema iniquo”. L’ateneo di Vrije, in Belgio, è giunto a conclusioni analoghe: “La gioventù incomincia a voltare le spalle alla socialdemocrazia, si sente trascurata”. I dati elettorali di diversi Paesi lo confermano: in Polonia e in Portogallo una netta maggioranza dei giovani ha votato per la destra, e in Germania un terzo di essi per l’estrema destra. Non sorprende che persino nel mondo inglese, ora governato da un laburista, un quarto dei ragazzi si pronunci per una dittatura.
I valori della socialdemocrazia
Dal mio rientro in Italia dopo cinquanta anni all’estero, principalmente in America, la mia fiducia nella socialdemocrazia è stata messa a dura prova. L’Italia non sembra più un Paese per tutti come sognavamo, sembra un Paese per i potenti e per i ricchi e la colpa non è tanto della premier Meloni, il primo leader apertamente di destra a guidarci in ottanta anni, e uno dei pochi a riscuotere consensi internazionali, quanto del degrado civico, dei personalismi, della corruzione e degli odi di parte di troppi politici a partire dalla sinistra. Sono state l’incompetenza e le rivalità interne della sinistra a consegnare alla premier le elezioni del ’22, e da allora la sinistra, più divisa che mai, non ha fatto che denunciarne l’operato anziché unirsi e riformarsi. Con una operazione mediatica semplice, cioè equiparandola al fascismo, la sinistra ha vantato una superiorità morale sulla destra che adesso deve urgentemente dimostrare. Come? Unendosi e riformandosi, ripeto, ritrovando i profondi valori della socialdemocrazia, facendo ammenda dei propri errori, misurando le parole. combattendo la violenza. Se continuerà solo a demonizzare la premier tra un anno o due perderà anche le prossime elezioni.
Ennio Caretto








