La settimana ventura al secondo turno elettorale il Cile potrebbe eleggere Presidente un comunista per la seconda volta nella storia, l’erede di Salvador Allende, morto nel 1973 nel golpe del generale Augusto Pinochet: la leader del Pc cileno Jeannette Jara, ministro del Lavoro e Welfare del governo uscente del socialista Gabriel Boric. Nel primo turno elettorale il mese scorso la Jara ha riscosso il ventisette per cento dei voti, tre per cento in più del repubblicano Josè Kast, e una sua presidenza diverrebbe un grosso problema per Donald Trump alle prese con il Venezuela, Cuba e il Nicaragua, la cosiddetta trojka putiniana dell’emisfero occidentale. Al momento la vittoria della Jara pare assai difficile, al primo turno delle elezioni parlamentari i partiti delle destre hanno ottenuto il settanta per cento dei suffragi, una maggioranza favorevole a Kast, un trumpista. Ma sarebbe uno scossone per l’America latina se la bandiera rossa ritornasse a sventolare anche solo metaforicamente sul Palacio de la Moneda di Santiago. Trump vuole a capo del Cile un alleato tipo il Presidente argentino Javier Milei, non un antagonista come il Presidente socialista brasiliano Lula da Silva.
La “dottrina Donroe”
Comunque vada l’elezione cilena, sulla testa dell’America latina pende la spada di Damocle della dottrina Donroe, la versione trumpiana della famosa dottrina Monroe, il Presidente Usa dal 1817 al 1825 che rivendicò la supremazia sull’Emisfero occidentale contro la colonizzazione europea allo slogan “’l’America agli americani” cioè a noi statunitensi. Trump la enunciò al suo insediamento alla Casa Bianca a modo suo, minacciando l’annessione del Canada, l’occupazione di Panama per assumere il controllo del canale tra l’Atlantico e il Pacifico, e l’acquisto della Groenlandia. E più tardi firmando con il Belize e il Paraguay un accordo “Paese sicuro”, ossia Paese su cui dirottare i migranti negli Stati Uniti, come aveva già fatto con il Guatemala e l’Honduras nel primo mandato dal gennaio 2017 al gennaio 2021, e ribattezzando il Golfo del Messico “Golfo dell’America”. Per ora, la dottrina Donroe non è stata applicata in Canada né a Panama né in Groenlandia. Ma non si può escludere che Trump, attualmente assorbito dalle guerre dei dazi, di Gaza e dell’Ucraina e in caduta nei sondaggi, intenda colonizzare in qualche maniera gli Stati limitrofi.
Il Venezuela di Maduro
Lo Stato latino americano più esposto alla penetrazione Usa è il Venezuela, al largo delle cui coste il mese passato Trump dispiegò unità navali di guerra al comando della portaerei più moderna e potente, la Ford, dopo avere bombardato e affondato alcuni vascelli di narcotrafficanti venezuelani. “Il Donald” ha ripetutamente minacciato di spodestare il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro con la forza per dirsi poi disposto, in una telefonata personale, a incontrarlo “per convincerlo” forse a dimettersi. Ma il suo passo più inquietante è stato il proclama che il cartello venezuelano Sole dei narcos è una organizzazione terroristica. In base a una legge del 2001, frutto dell’attentato alle Torri gemelle di Manhattan, il Presidente degli Stati Uniti può dichiarare guerra a qualsiasi Paese che ne ospiti una senza chiedere l’autorizzazione del Congresso (il Parlamento) come era di norma. Trump sostiene che il Venezuela, da cui operano anche i cartelli Trende Aragua e de Sinaloa, è un nemico occulto che “avvelena gli Stati Uniti con le droghe”, come la Colombia degli anni Settanta e Ottanta con i suoi famigerati cartelli di Medellin, Calì e Norte del Valle.
Nuova crisi internazionale
C’è di peggio. Trump ha accusato il governo venezuelano di essere “un membro dell’organizzazione terroristica” e ha annunciato che “molto presto” darà il via ad attacchi di terra ai narcos, tra cui ha già mietuto oltre ottanta vittime, con “l’Operazione lancia del Sud”. E ha avvertito il mondo intero di avere chiuso lo spazio aereo “sopra e attorno al Venezuela”. Non si può escludere che bombardi Caracas o fomenti un golpe contro Maduro qualora questi non si dimetta, come fece il Presidente repubblicano Richard Nixon contro Allende, che peraltro dittatore non lo era. Sa di preparativi per una guerra strisciante e mascherata l’installazione di oltre quindicimila soldati “yankee” con mezzi pesanti, caccia e bombardieri nella base militare di San Isidro, nella Repubblica Dominicana. Trump sta accerchiando il Venezuela dai Caraibi, e se non gli basterà ricorrerà a installazioni da Nazioni amiche nel Centro o Sud America. Maduro, che gli ha già risposto con l’acquisto di droni persiani e armi russe trasformando Caracas in una fortezza, si è rivolto altresì alla Cina che sinora non lo ha però aiutato. C’è il rischio di una nuova crisi internazionale.
Perché Trump sia pronto a correrlo è abbastanza chiaro. Il successo della “Operazione lancia del Sud” lo aiuterebbe nei sondaggi Usa, gli consentirebbe di sfruttare finanziariamente il petrolio e le altre risorse naturali del Venezuela, e sarebbe un monito per il continente. Gli servirebbe inoltre per isolare totalmente il Presidente di Cuba Miguel Diaz Cancel e la Presidente del Nicaragua Rosario Murillo, la moglie dell’ex dittatore Daniel Ortega, portatori come Maduro dapprima del comunismo e poi del putinismo in America Latina. Maduro ha chiesto un maggiore aiuto a Putin ma è dubbio che lo zar si scontri con Trump con il quale deve accordarsi per una sia pure falsa pace in Ucraina e a Gaza. E comunque per prevenirne un’eventuale interferenza, il ministro statunitense della Guerra Pete Hegseth preme per un’offensiva subito: lo si è sentito ordinare ai militari “ammazzate tutti i narcos!” nelle passate incursioni. Nessuno prospetta, come invece si dovrebbe, negoziati bilateriali Washington-Caracas o nell’ambito dell’Osa, l’Organizzazione dei trentacinque Stati americani, tanto meno nell’ambito dell’Onu, entrambi detestati da Trump.
Duello con la Cina
A che cosa è dovuta la dottrina Donroe? Per troppo tempo gli Stati Uniti hanno trascurato l’America latina lasciando spazio a una crescente penetrazione cinese e russa in essa. Pechino vi si è insediata con la iniziativa “Road and Belt”, detta la nuova via della seta, per la creazione delle più cruciali infrastrutture e per lo sfruttamento delle fonti alternative di energia investendo anche nelle materie prime e nei trasporti. La disputa sul canale di Panama è dovuta al fatto che la Cina, che adesso si sta tirando indietro, ne gestiva gli ingressi sui due oceani e che sarebbe stata in grado di bloccare i commerci internazionali. Non a caso inoltre Pechino è diventata la principale partner commerciale di alcuni Paesi sudamericani, a partire del Cile, dove costruisce il megaporto Pery, un campanello di allarme per gli Stati Uniti. Sappiamo tutti che Trump cerca di costringere l’Europa a ridurre di molto le importazioni della Cina. A maggior ragione, egli tenta di impedire che l’America latina sia dipendente da essa. “Il Donald” non intende passare alla storia come il Presidente che si rassegnò al sorpasso degli Stati Uniti da parte della Cina, la nuova superpotenza.
Il ruolo della Russia
E’ motivo di apprensione per Trump anche la presenza nell’Emisfero occidentale del Cremlino, che sotto Putin non ha posto fine allo spionaggio e sabotaggio a danno della Casa Bianca nell’America latina, sebbene i due leaders aspirino a essere soci in affari. La Russia non sostiene soltanto Cuba e il Nicaragua oltre al Venezuela, ha anche spalleggiato per quasi venti anni il governo socialista della Bolivia, dove tra l’altro sta costruendo una centrale nucleare, e ha finanziato le comunità russofone in Brasile e in Messico nel quadro del “mondo globale russo” il progetto di farne ovunque un punto d’appoggio per Mosca. Queste sfide alla supremazia Usa nell’Emisfero occidentale non giustificano tuttavia l’operato di Trump. Il Presidente della pace, come si autoproclama, mira al Premio Nobel ma non esita a ricorrere alle armi. E’ vero che Maduro è un dittatore e che una netta maggioranza del popolo venezuelano chiede che si dimetta, ma ci sono altri strumenti da adoprare dalle sanzioni economiche alla diplomazia per indurlo a farlo. Se quasi tutti gli Stati del continente e, perché no, dell’Europa, prendessero misure del genere Maduro avrebbe i giorni contati.
Attesa per il voto in Cile
E’ impossibile prevedere se e quando scadrà “l’ora X”, quella dell’attacco statunitense al Venezuela, o se nel Paese scoppierà un golpe o un’insurrezione popolare gestiti nascostamente da Washington. Ma c’è da chiedersi se Trump aspetterà l’esito delle elezioni presidenziali cilene per agire. E’ logico il sospetto che se le vincesse la comunista Jara, Trump colpirebbe il Venezuela anche per mettere il Cile con le spalle al muro. I Caraibi hanno visto molte guerre, ma i precedenti che contano di più per Trump sono certamente quello del presidente Reagan che nel 1983 occupò l’isola di Grenada in reazione a un golpe comunista, e quello del presidente Bush sr. che nel 1989 invase Panama per riappropriarsi del Canale e che imprigionò il dittatore Noriega accusandolo di narcotraffico. Aspre furono le critiche e le proteste contro Reagan e Bush, ma i due Presidenti repubblicani resero chiaro che la padrona della casa americana era ed è Washington e che non sarebbe mai sorta un’altra Cuba. Vale la pena di citare un detto messicano: “Per nostra sfortuna siamo troppo lontani dal Paradiso e troppo vicini agli Stati Uniti”.
Ennio Caretto







