In un anno, e di anni di governo ne ha a disposizione ancora tre, il presidente americano Trump ha dato, tra le tante, due cruciali dimostrazioni di forza, la prima bombardando l’Iran per frenarne il riarmo nucleare, la seconda attaccando il Venezuela e catturandone il leader Maduro per stroncare il narcotraffico, stando alle spiegazioni ufficiali. Ma in realtà gli obbiettivi di Trump erano altri. Nel caso dell’Iran, il grande burattinaio del terrorismo mediorientale e di Hamas, l’obbiettivo era di por fine alla orrenda Guerra di Gaza obbligando le due parti a negoziare e di emarginare gli Ayatollah. E nel caso del Venezuela l’obbiettivo è multiplo, è di chiarire che tutte le Americhe sono un territorio statunitense come enunciò la bisecolare dottrina Monroe, oggi detta Donroe in suo onore. Che “what Trump wants Trump gets”, ciò che Trump vuole Trump l’ottiene, dall’immortale canzone del Charleston “what Lola wants Lola gets”. E che sarà lui a decidere il destino delle Nazioni che lo interessano, di cui due si trovano in Europa, la Groenlandia e l’Ucraina. Siamo alla presidenza più imperiale della storia americana e di un anno, il 2026, forse più burrascoso del 2001, l’anno della strage delle Torri gemelle di Manhattan.
I paletti della Costituzione
Il motivo per cui il Presidente ricorre a questi blitz sotto vari pretesti è che la Costituzione non gli consente, per fortuna bisogna rilevare, di muovere vere guerre senza il permesso del Congresso o Parlamento. Vi ricorsero anche numerosi predecessori, di cui l’ultimo fu Bush Sr., che trentasei anni fa invase Panama e catturò Noriega, un dittatore alla Maduro, ma non in un contesto instabile come l’attuale in cui potrebbero esplodere nuovi conflitti all’improvviso. E non per assumere pieni poteri a Panama come farà invece Trump in Venezuela non si sa per quanto, se necessario con le forze armate. E’ vero che questi blitz sono anche un aspro monito a potenze come l’Iran, che non intende rinunciare al controllo del Medio Oriente, e la Cina, che vuole annettersi Taiwan, di non sfidare la Superpotenza. Tuttavia sono indegni atti di colonialismo che forniscono alibi proprio a aspiranti “imperatori” quali il presidente russo Putin e il presidente cinese Xi per violare a loro volta i diritti umani e il diritto internazionale. L’Europa adesso è costretta a chiedersi che cosa farà mai Trump in Groenlandia, se tenterà di acquistarla come ha affermato a più riprese, se le proporrà di federarsi con gli Stati Uniti o se vi si insedierà, e soprattutto che cosa farà in Ucraina.
Quale effetto sull’Ucraina?
E’ impossibile prevedere quali conseguenze il bombardamento di Caracas e il sequestro di Maduro avranno sulla guerra ucraina, una spina nel fianco di Trump più ancora di quanto lo sia Gaza. Essi sono il prodotto di una dottrina più bellicosa di quella di Monroe, la dottrina del “cambio” di regimi di Bush figlio che per due decenni impantanò l’America in Afghanistan dal 2001 e in Iraq dal 2003. Da un lato, Putin potrebbe pretendere via libera per la cattura del presidente Zelensky e il varo di un governo filorusso a Kiev. Dall’altro potrebbe farsi più guardingo e ridurre le sue richieste in cambio di un ridimensionamento della Nato. Una terza ipotesi è che Trump e Putin stipulino un vergognoso baratto, naturalmente mascherato, la Groenlandia all’America e l’Ucraina alla Russia. In ogni caso, l’Europa è adesso chiamata a intervenire più decisamente di quanto abbia mai fatto per garantire la sovranità ucraina e ciò comporta che si riarmi, che rafforzi la Nato e prema a fondo su Trump. E che dimostri a Putin di non essere un vaso di coccio tra due vasi di ferro. Lo dettano altresì ragioni umanitarie: la settimana prossima infatti la durata della guerra tra la Russia e l’Ucraina supererà i 1418 giorni, una cifra simbolica per Putin.
La guerra più lunga della Russia
Di 1418 giorni fu la durata della guerra tra la Russia e la Germania nel secondo conflitto mondiale, “la Grande guerra patriottica” come la chiamò il dittatore sovietico Stalin. Sarà un tragico primato, raggiunto dopo quattro Natali consecutivi di lacrime e sangue con mezzo milione di morti di entrambe le parti in enorme prevalenza militari, infinitamente meno di ottanta anni fa, ma con una fondamentale differenza. Che il 22 giugno del 1941 la Russia, allora parte dell’Urss, venne invasa da Hitler nella “Operazione Barbarossa”, mentre il 22 febbraio del 2023 fu la Russia a invadere l’Ucraina. Col pretesto, ricordiamocelo, di “liberarla dal nazismo” in una “Seconda grande guerra patriottica” come la battezzò Putin, il nuovo zar russo, dipingendo Zelensky quale un altro Hitler, una falsità. Il sogno europeo è che il conflitto termini davvero e presto, al pari di quello strisciante e disumano di Gaza, senza superare i 1418 giorni, ma le probabilità sono scarse sebbene Trump dia la pace per vicina, un ritornello a cui pochi ormai prestano fede, specialmente alla luce del suo bombardamento di Caracas e delle sue drammatiche esternazioni alla successiva conferenza stampa.
Il futuro del Venezuela
L’Europa può fare poco in difesa della sovranità del Venezuela che ospiterebbe “organizzazioni terroristiche” ed è destinato a cadere in balia del “Big oil” l’industria petrolifera statunitense. Trump è stato esplicito, il Paese diverrà un’altra “Riviera” come Gaza, colma di incredibili ricchezze e di palazzi scintillanti. Sotto l’amministrazione Usa ovviamente, con un Presidente fantoccio, non una Maria Corina Machado, il premio Nobel che per Trump “non gode di rispetto e non ha un seguito”. E sotto la sorveglianza del Pentagono che è già pronto a “una seconda e più potente ondata” di bombardamenti in caso di una improbabile rivolta militare o popolare. L’unico appoggio che l’Ue può fornire a Caracas è quello delle istituzioni internazionali a cui spetta di porre limiti allo sfoggio di onnipotenza di Trump. Molto diversa è la posizione europea nei confronti della Groenlandia e del conflitto ucraino, che sono roba di casa nostra e non della casa trumpista. Bruxelles pertanto si faccia valere, a Washington c’è chi non accetterebbe il crollo dell’Alleanza Atlantica e affronterebbe il Donald che riscuote sempre meno consensi.
Putin temporeggiatore
E’ sempre più chiaro perché non abbiano fine la distruzione dell’Ucraina e la disperazione dei civili che vedono morire i loro cari e crollare tutto attorno a loro: perché così vuole Putin. Lo zar non ha sospeso i bombardamenti delle città bersaglio né a Natale né a Capodanno, ma ha inviato ai bimbi ucraini il fumetto più popolare dell’infanzia russa, la favola dello zio Fyodor o Teodoro, del cane Sharik o Pallino e del gatto Maroskin o Canotta nel villaggio di Prostokvashino, con l’aggiunta degli auguri festivi e un disegno del “leader buono”, che sarebbe lui naturalmente. E nel quarto “discorso del trionfo” alla Nazione in quattro anni ha esortato l’armata russa ad avanzare senza soste anche se Zelensky chiede la pace, a suo parere per paura: “Crediamo nella vittoria!”. Come se non bastasse, ha infine denunciato un attacco di novantun droni da parte delle forze ucraine a una delle sue ville, attacco smentito dalla Cia, il servizio segreto americano. Tutti segni che Putin depista i negoziati e temporeggia nell’intento di annettersi altre regioni dell’Ucraina.
L’aiuto di Biden a Zelensky
L’unico che potrebbe fermarlo è Trump. Lo zar non è in una posizione così forte come sembra, secondo la Cia ha perso circa 350 mila uomini nel conflitto, ha messo in difficoltà l’economia russa e ha creato tra i militari uno scontento a malapena mascherato. Ma per indebolirlo Trump dovrebbe fare ciò che fece il predecessore Biden, cioè riarmare e assistere Zelensky anziché imporgli una rinuncia dopo l’altra. Biden, ha rivelato la settimana passata il New York Times, fornì a Zelensky aiuti più importanti di quanto trapelò pubblicamente. Su suo ordine, due settimane dopo l’attacco russo, il generale americano Donahue convocò alla base di Clay Kaserne a Wiesbaden in Germania il generale ucraino Zabrodskyi e organizzò con lui la campagna contro l’armata russa. Biden fornì a Zelinsky non soltanto armamenti per oltre 66 miliardi di dollari ma anche alte tecnologie, mezzi per le operazioni clandestine, personale specializzato vicino al teatro di guerra e così via. Un occulto coinvolgimento, ha scritto il New York Times, “simile a quello, peraltro maggiore, nelle guerre del Vietnam e dell’Afghanistan”, coinvolgimento che impedì a Putin di conquistare l’Ucraina in tempi relativamente brevi come aveva immaginato.
No a scontri con lo zar
Purtroppo Trump, che non del tutto a torto chiama la Guerra dell’Ucraina “la guerra di Biden”, ha dimostrato di non essere disposto a scontrarsi con lo zar, con cui appare ansioso di concludere affari già impostati nel suo primo mandato dal gennaio 2017 al gennaio 2021. Stanco del conflitto e degli ostacoli che Putin e Zelensky gli creano nelle trattative, rimprovera persino all’Europa di sostenere ancora Kiev. Gli è più spontaneo e facile colpire di sorpresa col minimo sforzo e le minime perdite bersagli praticamente indifesi che non impegnarsi per la pace dove si combatte. Di questo passo, il Nobel a cui aspira non lo otterrà mai. Trump sostiene di avere ottenuto otto paci, ma è il Presidente dei blitz, le guerre lampo, così tante che non riusciamo più a contarle.
Ennio Caretto








