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Trump, la strategia del contenimento

L’azione dell’Europa perché sia efficace deve essere unitaria e basarsi sul dialogo non sullo scontro con il Presidente Usa

Redazione di Redazione
29 Gennaio 2026
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Cronaca, Prima Pagina, Primo Piano
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Ennio Caretto

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Ci è bastato questo mese per capire che entro il prossimo novembre si decideranno le sorti della democrazia americana, dell’Alleanza Atlantica e della Comunità europea, tre istituzioni che per ottanta anni hanno sostenuto l’Occidente nel guidarci verso un mondo di pace, il mondo dei diritti umani e civili e dello sviluppo economico e scientifico. Istituzioni di cui Trump, se avesse potuto, si sarebbe disfatto insieme con le Nazioni Unite, e di cui continuerà a tentare di disfarsi nei prossimi mesi con la tattica del bastone e della carota, dell’un giorno sì e un giorno no, una tattica destinata a imbrigliare qualsiasi tipo di opposizione. Istituzioni che noi europei siamo obbligati a difendere e a preservare perché portatrici di quei valori che fanno del cristianesimo la massima civiltà della storia. Trump, un affarista conservatore, intende plasmare il globo a sua immagine e somiglianza, dove la moneta sarebbe il valore principale e su cui regnerebbe. Si tratta di impedirglielo con una strategia del contenimento (nessun riferimento a quella storica dell’Urss) coalizzando le medie e piccole potenze non solo europee, come proposto dal premier canadese Carney.

La scadenza di novembre

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Il tempo a nostra disposizione potrebbe scadere alle elezioni parlamentari americane dei primi di novembre per un ovvio motivo: esse saranno un referendum su Trump, che reagirà al loro esito a modo suo se nel frattempo non verrà fermato. Il suo partito Repubblicano ha la maggioranza sia al Senato sia alla Camera, ma che la conservi o non, o che se la veda dimezzare, Trump cercherà di arrogarsi più potere. Se l’intero Parlamento o Congresso finisse in mano ai democratici il Presidente rischierebbe l’impeachment, ossia la destituzione. Come essere certi che non ricorrerebbe alla forza per evitarlo, dopo il suo incitamento ai trumpisti ad attaccare il Palazzo del Congresso a gennaio del 2021 quando perse la presidenza? L’Europa non può sperare che gli americani lo contengano da soli perché molti di loro lo seguono e altri non si rendono conto del pericolo che la democrazia corre, perché non esiste un massiccio movimento antitrumpista, e perché anche molti media si illudono che il Paese sia vaccinato contro qualsiasi assolutismo e che alle elezioni presidenziali del 2028 tutto ritornerebbe come prima.

L’America

Prima di vedere di che mezzi disponiamo, guardiamo all’operato di Trump, diretto a capovolgere la storia dell’Occidente. Incominciamo dall’America. Sotto Trump sta diventando un regime repressivo in cui chi fa resistenza viene processato, se non arrestato, come è capitato al governatore della Fed,  la Banca Centrale, una istituzione indipendente, per avere rifiutato di ridurre i tassi d’interesse. E in cui l’Ice, la polizia antimigranti, uccide gli americani che protestano (terrorismo di stato per il New York Times) come è accaduto a una madre di tre figli e a un infermiere a Minneapolis. Un regime dove Trump erode la Costituzione ed esautora il Congresso governando con decreti, modificando le norme e i collegi elettorali, violando l’autonomia dei singoli Stati uniti dai padri fondatori in una confederazione, inviandovi l’esercito in assetto di guerra, e così via. E dove la magistratura, guidata da una Corte Suprema di estrema destra, tutela sempre meno i diritti umani e civili e la supremazia del potere legislativo sul potere esecutivo. E’ il cammino che il Presidente russo Putin imboccò all’inizio del secolo e che ha condotto a una dittatura.

Democrazia o impero

Dalla nascita della “Dottrina Monroe” due secoli fa, “le Americhe a noi americani”, la superpotenza  ha dovuto spesso scegliere tra la democrazia e l’impero, due forme di governo antitetiche. La scelta di Trump è l’impero, non limitato però all’Emisfero occidentale. Dopo avere attaccato il Venezuela, Trump minaccia di attaccare anche Cuba, la Colombia e il Messico con il pretesto del narcotraffico, nonché di fagocitare il Canada. Ma i suoi appetiti territoriali si estendono alla Groenlandia, che fa parte dell’Europa, e al Medio Oriente e al Golfo Persico, lo scrigno dei tesori petroliferi e finanziari mondiali. Non ci sarebbe da stupirsi se la settimana passata, mentre i nostri occhi erano puntati sulla Conferenza dei ricchi e dei potenti a Davos, Trump avesse messo a punto un altro bombardamento dell’Iran i cui leaders, gli spietati Ayatollah, meritano di venire rovesciati. Per il Medio Oriente e il Golfo Persico, che in teoria si trovano nella sfera d’influenza geopolitca dell’Unione Europea, Trump ha creato un “Board of peace” o Consiglio d’amministrazione della Pace, includendovi Putin ed escludendone Carney, allo scopo anche di scavalcare l’Onu.

L’Europa

Veniamo all’Europa. Trump la detesta perché vi prevalgono le socialdemocrazie, perché accoglie i migranti e i diversi, perché contrasta le multinazionali americane e perché a suo parere vive alle spalle dell’America, “una parassita”. La vuole suddita e non socia perché è una concorrente troppo ferrata sul piano economico e tecnologico, con un mercato assai più ampio al suo. E non sopporta l’Alleanza Atlantica, che venne creata più nell’interesse della superpotenza che nel nostro, perché non ne ha il totale controllo. Si accinge infatti a demolirla su due fronti, il primo quello dell’Ucraina che sacrificherà a Putin a scapito dell’Unione Europea, purtroppo semi impotente in merito, e il secondo quello della Groenlandia che dovrebbe essergli donata, non venduta, a titolo di risarcimento per le spese sostenute dagli Usa nella Nato. E’ vero che noi europei dobbiamo agli Stati Uniti la nostra libertà e che abbiamo usufruito della loro protezione, ma se essi dominano il mondo è anche grazie a noi. Ed è inaccettabile che Trump ci emargini stringendo un’alleanza con Putin. “Abbiamo bisogno non della Groenlandia ma degli alleati” ha scritto il New York Times.

Le voci di Carney e Zelensky

A Davos i giorni scorsi due leaders hanno detto come contenere Trump, il premier canadese Carney secondo cui “se non siederemo alla tavola delle trattative saremo nel menù” e il Presidente ucraino Zelensky secondo cui se non ci uniremo e armeremo verremo sopraffatti come sta succedendo a lui. E’ stato un duplice invito, quello di Zelensky ferocemente critico, ad affrontare gli Usa con fermezza mostrandogli che non dipendiamo da essi, come Carney ha fatto concludendo accordi con la Cina, la seconda superpotenza e il massimo incubo di Trump. L’Unione Europea non è debole come pare, è forse la prima creditrice estera del debito pubblico americano, può escludere le multinazionali dai suoi appalti, colpirle con dazi e tasse, adottare altre misure. E avrebbe un successo almeno parziale perché ogni volta che è stato penalizzato Trump ha fatto marcia indietro, dapprima riducendo i dazi contro la Cina e adesso revocando quelli contro di noi nel braccio di ferro sulla Groenlandia. Trump si muove su un terreno minato, a Wall Street si teme una bolla, la egemonia del dollaro è in calo, e il rincaro della borsa della spesa gli sta alienando molti elettori.

Dialogo necessario

Per essere efficace la strategia del contenimento deve essere unitaria e basarsi sul dialogo non sullo scontro con Trump. E deve fare perno sul principio che la preservazione e il rafforzamento della Alleanza Atlantica è nell’interesse tanto dell’America quanto dell’Europa, e che senza di essa tutti entreremmo in una pericolosa era d’instabilità. Se Trump ci voltasse le spalle farebbe il gioco della Cina, che di fronte a un Occidente in crisi si è già proposta come il grande timoniere in un oceano in tempesta, la stabilizzatrice di un nuovo ordine mondiale, e ci costringerebbe a cercare alternative come la coalizione delle medie e piccole potenze prospettata da Carney. Lo ha capito l’Inghilterra che ora dibatte se rientrare o non nell’Unione Europea e lo hanno capito i Paesi esposti alle trame di Putin. I nostri governi, quello Meloni in testa, lo facciano presente a Trump, e i nostri parlamentari, i nostri partiti, le nostre istituzioni, i nostri leaders culturali si mobilitino per confrontarsi con quelli americani, li aiutino a salvare la loro democrazia. L’America non è in maggioranza antieuropea, ha con noi i più stretti legami della storia.

Non solo difesa e commercio

Sulla salute e la personalità di Trump si è sentito e letto di tutto. Ma che sia narcisista o che soffra di qualche malattia come molti sostengono (il padre morì di demenza senile) la realtà è che la sua condotta, il suo eloquio e la sua politica sono inficiati da eccessi, e che egli è circondato da ideologi e cortigiani più che da saggi consiglieri, con l’eccezione forse del segretario di stato Rubio. Noi europei non possiamo più fidarci di lui e non possiamo accettare che di colpo annulli duecento anni di amicizia e collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico. Il rapporto America – Europa non si basa solo sulla difesa e sui commerci, si basa anche sulla comunanza di valori, principi, credenze, costumi, religioni, e per molti è anche un rapporto personale. Per la superpotenza perdere l’Europa sarebbe perdere anche il Mediterraneo e parte del Nord Africa e del Medio Oriente. Prima o poi a Washington qualcuno, se spronato da noi, troverà il coraggio di spiegarlo a Trump. Dopotutto, egli se ne è andato da Davos non vincitore ma sconfitto, con un oggetto misterioso sulla Groenlandia chiamato “Accordo quadro” e senza la promessa pace in Ucraina.

Ennio Caretto

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Tags: AmericaEuropaTrump
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