A parere dei più, compreso il sottoscritto, il referendum che la scorsa settimana ha scosso tutti i politici italiani e di riflesso anche molti politici europei non verteva tanto sulla separazione delle carriere nella magistratura quanto sul governo Meloni per le sinistre, o sullo stato delle cose per i cittadini non schierati. Stato delle cose all’interno dei nostri Paesi che non potrebbe essere peggiore per una vasta parte delle popolazioni a causa della disoccupazione, della fame di troppe famiglie, degli enormi problemi della sanità, della sicurezza, del razzismo e via di seguito. E nel mondo che ci circonda a causa delle Guerre dell’Iran, di Gaza, dell’Ucraina, per citare solo le tre più gravi tra le decine in corso, delle follie dell’America trumpista, della crescita delle oligarchie e delle dittature, delle tempeste petrolifere, delle minacce dell’intelligenza artificiale e del robotismo e di quant’altro. Stato delle cose che spiega l’inaspettata affluenza alle urne, in particolare quella della “Generazione Z”, i giovani dai 18 ai 28 anni, di cui ha votato il 67 per cento, il 58,5 per cento per il no, entrambi record. Un evento che impone ai partiti e alle istituzioni, magistratura inclusa, profonde riflessioni.
Un risveglio che dura da tre anni
Sarebbe riduttivo attribuire la sorprendente irruzione sulla scena politica della “Generazione Z” al successo della campagna mediatica anti Meloni del “campo progressista”, come il leader grillino Conte chiama “il campo largo” della leader del Pd Schlein. La campagna ha contribuito a mobilitare i giovani, ma il risveglio della “Generazione Z”, la prima del Terzo millennio, maturava da oltre tre anni, dall’invasione russa dell’Ucraina prima e poi dalla “strage degli ebrei” commessa da Hamas a Gaza e dalla successiva spietata rappresaglia del premier israeliano Netanyahu contro i palestinesi. Mentre la generazione precedente, i “Millennial”, gli adulti dai 29 ai 44 anni, di cui al referendum ha votato appena il 52 per cento, si era spesso estraniata dalla politica (nel 2016 in America disertò le urne facilitando l’elezione di Trump a Presidente) la “Generazione Z” sembra volere abbracciarla. E’ troppo presto per parlare del 2026 come di un altro ’68, la lunga, fruttuosa stagione della rivolta dei “Baby boomers” i figli del boom delle nascite del 1946-1961, detti anche “I figli dei fiori”. Non è escluso tuttavia che in Italia alle elezioni del 2027 si verifichi qualche cosa di analogo.
Patrimonio della Nazione
Come ci insegnò Giuseppe Mazzini due secoli fa formando la “Giovane Italia”, i giovani sono il vero patrimonio delle Nazioni. Nella storia moderna, fino al ’68 nessun movimento giovanile aveva mai scosso la politica e le istituzioni contestando aspramente l’autorità dello Stato, il partitismo, il complesso militare, industriale e finanziario, le caste, insomma l’intero sistema. I “Baby boomers” lo fecero ottenendo importanti riforme economiche e sociali, tra cui il riconoscimento dei diritti umani e delle libertà civili. La loro rivolta generazionale ebbe lo stesso effetto delle grandi guerre, un drastico cambiamento per il meglio del Paese che resse fino al primo mandato di Trump. Ma la “Generazione Z” deve ora affrontare sfide ancora più cruciali per il futuro dell’umanità perché la socialdemocrazia è in crisi, le oligarchie imperversano, le alte tecnologie ci condizionano sempre di più, l’ambiente è a rischio, perdiamo la nostra identità culturale. E perché la politica si dimostra impotente di fronte all’intelligenza artificiale, la quale ormai priva del lavoro milioni di persone nel mondo e nei conflitti consente alle armi intelligenti di decidere della vita e della morte del nemico.
Emarginati e senza prospettive
Probabilmente la “Generazione Z” si sente più equipaggiata delle altre ancora in vita per reagire ai fulminei e radicali cambiamenti e aspira a esserne protagonista anziché misera testimone o peggio vittima. Maestra di elettronica e proiettata nel futuro, paladina della tutela del clima e dell’ambiente, sogna una società meno sperequata e non iniqua. Come nel ’68 il suo risveglio è una ribellione all’intero nuovo sistema, la manifestazione di una comune sensibilità alle ragioni della democrazia, come ha rilevato Dacia Maraini sul Corriere della sera. Dopo avere aderito al movimento ProPal, purtroppo infiltrato da Hamas e inficiato da episodi di violenza, è scesa in campo in difesa della Costituzione. Ci ha segnalato che deve terminare l’era dell’apatia e dell’assenteismo giovanili, mali prevalsi nei “Millennial”, un’era caratterizzata anche della negligenza dei governi, dei parlamenti e dei partiti nei confronti della gioventù. Il messaggio della “Generazione Z” è molto forte: siamo stati emarginati e ci troviamo senza prospettive. E non a torto: talvolta il sistema odora di regime e condanna troppi adolescenti e ventenni a vivere di espedienti o ad abbandonare la Nazione.
I confronti fra generazioni
Sui media i cambiamenti sociali più vistosi del primo quarto di questo secolo paiono quelli prodotti dalle alte tecnologie, dagli oligarchi alla Elon Musk, e dalla cultura “woke”, il risveglio dei diversi a cui l’America ha malamente risposto rieleggendo Trump. Ma si delinea un altro cambiamento che potrebbe influire sulla politica più di quanto influiscano alcuni di essi, ossia il graduale passaggio delle democrazie dalle lotte di classe ai confronti tra le generazioni. E’ un effetto del livellamento verso il basso del tenore di vita del ceto medio e della classe operaia che si è verificato nell’ultimo ventennio. Le generazioni più anziane godono di una relativa prosperità, frutto dell’economia del passato: quella dei “Baby boomers” in particolare, i nonni che hanno dai 65 agli 80 anni, detiene il 60 per cento della ricchezza, ricchezza, va detto, che usano non di rado per i figli e per i nipoti. Ma gran parte delle generazioni successive, inclusi i “Millennial” a cui spesso risulta chiuso il mercato del lavoro, versa in serie difficoltà e vive un malessere che può condurre persino alla disgregazione non alla aggregazione famigliare, come traspare da una cronaca nera colma di reati minorili.
Protesta inevitabile
I “Baby boomers”, che al referendum hanno votato sì sia pure di strettissima misura, crebbero in una società in ascesa, animata da speranze che sarebbero state soddisfatte. Farsi strada fu molto più facile per loro e per i successori, la “Generazione X” del 1965-1980, che non per i “Millennial” (e per la “Generazione Z”) le cui istanze rimasero inascoltate a partire dal crac di Wall Street del 2009. Una protesta era inevitabile e sarebbe avvenuta anche se al governo ci fosse stata la Schlein perché né il centrodestra né il centrosinistra si sono mai dedicati pienamente ai giovani. L’Italia e l’Europa sono agli albori di una protesta giovanile che deve essere accolta affinché sia costruttiva e non distruttiva. A tratti essa è contraddittoria, alle elezioni a esempio molti giovani o si astengono o votano per l’estrema destra o l’estrema sinistra, e un quarto si dichiara addirittura per una dittatura “a certe condizioni”. Ma la “Generazione Z” non manca di ideali, si pronuncia in maggioranza per i “valori postmateriali”, per “uno spazio di sogno”, come osservano psicologi e psichiatri. Aiutarla è compito della politica, per la prima volta alle prese con l’incubo dei bambini armati di coltelli.
L’incubi dei bambini armati di coltelli
L’incubo, che è assai diverso da quello dei “picciotti” della mafia, è sorto due o tre anni fa e non è ancora stato fugato. Ai tempi dei romanzi di Dickens su Londra si parlava di bambini delinquenti, ma allora erano dei senzafamiglia ostaggi di banditi. Quelli di oggi invece hanno un padre e una madre, frequentano una scuola, qualcuno un oratorio, conducono una vita in apparenza normale e a volte agiata. Eppure, già a 12 o 13 anni si inquadrano in “baby gangs”, bande infantili dedite alle aggressioni e alle rapine, o spadroneggiano in classe o in strada con il coltello. Sotto l’influenza nefasta dei social, che i politici non riescono a regolamentare, si sottraggono al controllo di insegnanti e genitori. Non “regolano i conti” (il loro linguaggio) con duelli rusticani, colpiscono gli indifesi anche alle spalle per le ragioni più balorde, dall’astio personale alle rivalità amorose. Ciò avviene sia in strada sia in classe, e le vittime sono sia compagni sia professori. E’ la conseguenza più dell’ignavia della politica che dell’inadeguatezza della famiglia della scuola. Ci si deve chiedere che generazione subentrerà a quella “Z” se questa deriva non verrà contenuta.
Il rispetto del prossimo
Chiedo venia al lettore. Io appartengo alla generazione antecedente ai “Baby boomers”, quella dei nati prima della Seconda guerra mondiale, sono un bisnonno, ho goduto di un’esistenza laboriosa e fortunata. Penso che i fenomeni e gli eventi negativi di oggi non vadano ingigantiti, e che la nostra società saprà riscattarsi. Ma mi duole il cuore al pensiero di lasciare ai miei nipoti e pronipoti un mondo così povero, difficile e complesso. Io e i mie coetanei abbiamo conquistato il nostro “spazio di sogno” ma vediamo che non è andato a pro dei nascituri, e ciò ci fa temere di avere fallito. Non capiamo come un genitore possa assalire un insegnante o un arbitro di calcio che abbia giustamente punito il figlio o la figlia né perché il potere si rifugi nel garantismo, il relativismo e altri ismi pur di non prendere misure. Lo consideriamo una resa o abiura all’obbligo di educare i bambini secondo i dettami delle fedi che, come la nostra, hanno fatto della famiglia il baluardo di grandi civiltà. Sia benvenuto il risveglio della “Generazione Z” se, nel rispetto del prossimo e delle istituzioni, saprà guidarci a un’Italia e un’Europa più felici e a una crescente eguaglianza tra tutti i cittadini.
Ennio Caretto








