Quando Don Bosco dovette stabilire quale sarebbe stato l’abito dei suoi “monaci”, scelse il più comune per i preti del suo tempo, ma con l’espressa imposizione di doversene spogliare per stare a gomito a gomito con i ragazzi che giocavano a Valdocco. Diceva – e questo è diventata tradizione orale per i salesiani – di presentarsi “in maniche di camicia” per scendere nei cortili, tirare calci al pallone e dialogare anche su cose minute con gli ospiti dell’oratorio.
Su questa scia, anche la congregazione prese forma “con abiti civili”: descrizione e definizione dei ruoli in un linguaggio che aveva poco di religioso e la faceva risultare quale ente “laico” impegnato in un’opera educativa. Società invece di Ordine, Rettore invece di Padre, coadiutore invece di frate…
Ancora oggi, per stabilire una Casa salesiana nel mondo, si tiene conto delle culture e delle sensibilità politiche del Paese dove si opera: i salesiani sono accettati – salvo la radicalizzazione dei governi – in veste di insegnanti, di educatori, di operatori sociali, lasciando che vivano la loro espressione religiosa purché essa non nuoccia o non sottragga nulla alla buona tradizione locale. È così che nel 2025 sono giunti con le loro missioni fino al (per noi) lontanissimo arcipelago di Vanuatu a Nord-Est dell’Australia. Non stupisce pertanto che anche Missioni Don Bosco, la Procura missionaria che ha sede a Torino, abbia aggiornato la sua veste giuridica precisando di operare come ente del terzo settore, secondo la recente legge italiana.
Da questo mese, pertanto, la vecchia onlus porta il nome di Missioni Don Bosco Valdocco Ets. Nulla cambia quanto a destinazione ultima del suo impegno (accoglienza, istruzione e formazione professionale ai giovani) e a modalità di rapporto con i benefattori italiani (attualmente sostenitori di 180 progetti di intervento in un anno).








