CASTELLAZZO – Una folla commossa ha gremito la chiesa di Santa Maria della Corte per l’ultimo saluto a Francesco Cimino, 33 anni, volto amatissimo del calcio piemontese, scomparso prematuramente dopo pochi mesi di malattia. A Castellazzo, suo paese d’origine, il tempo si è fermato: sul sagrato, tra le navate, c’erano davvero tutti. Amici, compagni di squadra, dirigenti, la gente del paese. E le maglie di tante società in cui ha militato: la Valenzana, l’Arquatese, l’Acqui. Ma soprattutto quella del Castellazzo, il suo rifugio, la squadra in cui tornava ogni volta che poteva. Decine di manifesti, innumerevoli corone di fiori, tanti occhi lucidi. E poi loro, i compagni di calcio di ieri e di oggi, stretti in un silenzio carico di emozione, testimoni di un affetto profondo che travalica l’età e il tempo. Quasi due ore di esequie per accompagnarlo, come meritava, in quest’ultimo tratto di strada. Francesco ha combattuto la sua ultima battaglia come ha sempre fatto in campo: con forza, dignità, determinazione. Chi lo conosceva davvero sa che quel coraggio non era una maschera, ma parte della sua natura. Era così, Francesco. Un ragazzo vero, con un cuore grande. In campo non aveva paura di nulla: roccioso, deciso, difficile da superare. Non a caso, gli avevano affibbiato il soprannome di “The Wall”, il muro, come si chiamano i grandi difensori che non mollano mai. E lui non ha mai mollato. Nemmeno quando il fisico ha iniziato a cedere. Nemmeno quando il futuro ha cominciato a tremare. Ha lottato fino alla fine, con una forza che ha lasciato senza parole chiunque gli sia stato vicino. Oggi resta il dolore, ma anche il ricordo di un ragazzo che ha lasciato il segno. Dentro e fuori dal campo. Perché Francesco era, prima di tutto, un punto di riferimento. E lo resterà ancora a lungo. “Un bravo ragazzo che nonostante la giovane età aveva già fatto tanto – ha detto durante l’omelia il parroco don Emanuele Rossi – era un padre amorevole, un marito fedele, un fratello presente, un professionista onesto, un appassionato calciatore, un amico leale. E negli ultimi sei mesi, oltre a essere stato padre, sposo, figlio, fratello e amico, sei diventato anche missionario. Tutti noi, quando ti venivamo a trovare, siamo stati obbligati a riprendere in mano il nostro rapporto di fede con Gesù. Sei diventato missionario dell’amore di Dio”. Straziante, e profondamente toccante, la lettera scritta di suo pugno da Francesco nelle ultime settimane di vita. Un testamento umano prima ancora che spirituale, in cui ha raccolto ricordi, successi, fragilità. L’amore immenso per la moglie e i figli. La consapevolezza lucida che la vita stava scivolando via come sabbia tra le dita. Ma anche la voglia di resistere, la speranza che quelle cure, sperimentali o meno, potessero regalargli ancora un po’ di tempo, magari in attesa di un miracolo. Tra le righe, anche una denuncia dura e diretta: «I primi segnali li avevo avuti un paio di anni fa – ha scritto – ma per oltre un anno e mezzo l’Ospedale di Alessandria mi ha rimandato a casa sempre con la stessa diagnosi e la stessa cura: ansia e Xanax». Non sono mancate le parole di riconoscenza: per chi gli è stato vicino fino all’ultimo, per la sua famiglia, per gli ex compagni di squadra che l’hanno cercato e abbracciato anche da lontano. E per il suo datore di lavoro: quel mestiere da geometra che amava tanto, e che fino alla fine gli ha garantito stipendio e sostegno, anche quando in studio ormai non riusciva più ad andare. «Vorrei che di me restasse il ricordo del coraggio con cui ho affrontato la malattia. E se dovessi mancare, vorrei si sapesse che ho fatto tutto il possibile per tutelare il futuro della mia famiglia». Dopo la benedizione, prima di lasciare la chiesa, le note de L’Arcobaleno di Adriano Celentano hanno anticipato l’uscita del feretro: «Io son partito poi così d’improvviso, che non ho avuto il tempo di salutare, l’istante è breve ancora più breve, se c’è una luce che trafigge il tuo cuore». Un addio sussurrato nel silenzio. Un cuore che non si spegne davvero. Francesco Cimino, scomparso pochi mesi dopo lo zio Battista, anche lui vittima di un brutto male, lascia la moglie Atika, i figli Tommaso, Ginevra e Chiara, la mamma Paola, il papà Pasquale, il fratello Federico.
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