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I Pontefici “voci” della pace

Da Benedetto XV a Francesco: il ruolo dei Papi anche attraverso i documenti desecretati negli Stati Uniti

Redazione di Redazione
25 Dicembre 2023
in "Finestra sul mondo" di Ennio Caretto, Cittadina, Cronaca, Primo Piano, Segni dei tempi, Vita della Chiesa
Ennio Caretto scrive per La Vita Casalese

Ennio Caretto

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Oltre un secolo fa, il Natale del 1914, durante la Prima guerra mondiale si verificò un episodio, uno spiraglio di umanità e luce in un buio e disumano conflitto a cui furono poi dedicati libri, canzoni e film. In alcuni punti del fronte occidentale, non tutti, le truppe francesi e tedesche, nemiche mortali, sospesero di mutuo accordo i combattimenti per 24 ore, e festeggiarono insieme il santo giorno. Il ricordo di quell’episodio, che sogno che si ripeta ovunque oggi si combatta, in particolare a Gaza e in Ucraina, mi ha indotto a cercare su internet se in oltre un secolo ci sia stato un Natale senza che in qualche Paese al mondo, vicino o lontano, infuriasse una guerra. Se c’è stato, come è possibile, non lo ho trovato, né io, che nacqui prima della Seconda guerra mondiale, ne ho ricordo. E ciò mi ha fatto riflettere sull’operato di coloro che furono e sono la voce della pace in terra, i Pontefici tutti, da Benedetto XV, fermo oppositore del conflitto del 1914, a Francesco che oggi esorta islamici e cristiani a deporre le armi. A essi si deve, più di quanto dica la storia, la prevenzione e la fine di molte guerre e la pacificazione di molti popoli.

I documenti desecretati

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In quasi 40 anni di giornalismo negli Stati Uniti, seguii Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nelle loro visite, che attrassero maree di persone, e nel 1983 mi unii al seguito dl Giovanni Paolo II in America centrale. Consultai inoltre tali e tanti documenti sulla Santa Sede, desecretati dalla Casa Bianca, dal Dipartimento di Stato (il ministero degli Esteri) e dalla Cia (i servizi segreti), da potere dire che i Papi furono e sono per la superpotenza un punto di riferimento irrinunciabile. La loro autorità morale e il loro peso politico vengono riconosciuti sia dai democratici sia dai repubblicani. Gli Stati Uniti, che furono aspri antipapisti dal 1867, quando ruppero i rapporti diplomatici con la Santa Sede, fino al 1960, quando elessero il primo presidente cattolico, John Kennedy, o al 1965, quando Paolo VI, il primo Papa a visitare l’emisfero occidentale, parlò all’Onu a New York, considerano adesso il Papato la forza della pace e la sorgente della fratellanza umana. C’è chi critica questa collaborazione, ma se la superpotenza ha una voce della coscienza, essa è la Santa Sede.  

I rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e la Santa Sede furono ripristinati nel 1984 dal presidente Ronald Reagan e da Giovanni Paolo II. Ma ancora tre lustri prima, il Congresso americano (il Parlamento) si era opposto alla nomina di un ambasciatore in Vaticano, e a votare “no” tra i molti deputati era stato anche Bush padre, che se ne sarebbe poi pentito e, una volta subentrato a Reagan, sarebbe diventato un fervente sostenitore di papa Wojtyla, come più tardi Bush figlio. Dagli Anni Trenta tuttavia, per merito del presidente Franklin Delano Roosevelt e di Pio XII, la Casa Bianca aveva avuto alla Santa Sede un “rappresentante personale”, un canale di comunicazione che sarebbe risultato cruciale nelle più gravi crisi internazionali. Tra i documenti desecretati di cui sopra, trovai la velina di due incontri del 1936 in America tra Roosevelt e il cardinale Pacelli, il futuro Pio XII, entrambi formidabili intelletti. Roosevelt e Pacelli concordarono sulla tolleranza religiosa e sulla opposizione al nazismo e al comunismo, due principi che avrebbero plasmato l’America e l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

La crisi dei missili a Cuba

Ricordiamo tutti la crisi di Cuba del 1962, quando l’Unione Sovietica, che voleva schierare missili atomici nell’isola, e gli Stati Uniti, che erano pronti a distruggerli, sfiorarono l’olocausto nucleare. Essa fu risolta grazie anche a papa Giovanni XXIII, che si adoprò presso Kennedy e il leader russo Nikita Kruscev per la distensione tra le due superpotenze. Meno palese fu però il ruolo di Paolo VI, il Papa che forse più influì sulle scelte degli Stati Uniti prima di Giovanni Paolo II. Da sottosegretario di Stato della Santa Sede, rivelano le veline, Giovanni  Battista Montini visitò Washington durante la Seconda Guerra mondiale per discutere di un possibile, provvisorio trasferimento di Pio XII in Canada. Il motivo? Hitler dibatteva se invadere il Vaticano e se imprigionare il Pontefice in Germania, e Roosevelt intendeva portarlo in salvo. Fortunatamente, il Furher abbandonò il piano, cosa che contribuì anche a evitare che per rappresaglia gli Stati Uniti bombardassero Roma e permise alla Chiesa di continuare ad aiutare nascostamente gli ebrei. Un capitolo che non è stato abbastanza approfondito, e che ebbe conseguenze importanti.

Paolo VI pacificatore

Il futuro Paolo VI divenne infatti il referente degli Stati Uniti alla Santa Sede, e il suo ufficio trasmise loro dati e notizie sulla guerra provenienti dalle parrocchie e dalle missioni cattoliche in parecchi Paesi del mondo. In un voluminoso dossier, la Cia afferma che il Vaticano, che peraltro dissentì totalmente sull’impiego della bomba atomica da parte americana a Hiroshima e Nagasaki, fu la principale fonte di informazioni sul Giappone, e facilitò  al Pentagono la messa a punto di una strategia vincente. Terminato il conflitto, Montini si dedicò alla rappacificazione dell’Europa, allora non ancora divisa in due blocchi, tramite la Pontificia commissione di assistenza, senza distinzioni politiche o razziali, facendone un modello anche per i governi di oggi. Ne tenne conto il presidente Richard Nixon negli Anni Sessanta, che tramite il suo rappresentante personale alla Santa Sede e in corrispondenze private da me esaminate gli chiese spesso consiglio sui problemi più scottanti dall’Unione Sovietica alla Cina, dalla Palestina al Vietnam. L’obbiettivo era sempre lo stesso: la pace con gli Stati comunisti e in Terra Santa.

Giovanni Paolo II nell’America centrale

E veniamo al viaggio di Giovanni Paolo II nell’America centrale del marzo 1983. Inizialmente, sotto Reagan la politica estera americana fu nelle mani di una trojka bonariamente nota come “la mafia cattolica”: il segretario di Stato Alexander Haig, il consigliere della sicurezza Robert Allen e il direttore della Cia William Casey. Quando nel dicembre 1981 la Polonia comunista proclamò le leggi marziali contro il sindacato ribelle Solidarnosc, la trojka, che era propensa a un intervento militare per prevenire un’invasione sovietica, si rivolse alla Santa Sede. Ma papa Woityla si oppose, e sei mesi dopo Reagan si recò da lui. Per 50 minuti il Presidente e il Pontefice discussero da soli, fatto senza precedenti, e più tardi si rividero con i loro entourage. A noi giornalisti al seguito fu chiaro che tra Reagan e il Papa polacco era nato un “feeling” particolare. Reagan passava per “un cow boy dal grilletto facile” (secondo  i  media radicali) ma ascoltò il Santo Padre: il tempo, la pazienza, l’appoggio finanziario alle forze democratiche avrebbero avuto il sopravvento. Non scoppiò la guerra, Solidarnosc sopravvisse ed ebbe inizio il declino dell’Urss.

Il boicottaggio del regime in Nicaragua

La prima tappa del viaggio di pace di Giovanni Paolo II nell’America centrale, allora dilaniata dal terrorismo, fu a Managua, in Nicaragua, un Paese caduto in mano ai sandinisti (comunisti) di Daniel Ortega dopo una lunga guerra civile. Il Santo Padre era stato accolto male, Ortega aveva denunciato Stati Uniti e Chiesa in un interminabile discorso, ma durante il tragitto dall’aeroporto la gente aveva applaudito l’ospite. Rivedo la scena in Piazza 19 luglio, la data della rivoluzione, scena a cui anni prima avevo spesso assistito a Mosca in occasione delle “dimostrazioni oceaniche” a favore del Cremlino. C’erano forse mezzo milione di persone, moltissime trasportate a forza dalle corriere e dai treni del dittatore, e agli angoli del palco dove sarebbe salito il Papa si scorgevano a terra dei microfoni direzionali che non avrebbero trasmesso il suo discorso ma ad alto volume le urla contro di lui di gruppi là predisposti dal regime. Giovanni Paolo II fu interrotto molte volte dalle grida “Potere al Popolo” e “Vogliamo la pace” malgrado le proteste di parte del pubblico. A tratti ribattè “Silenzio”, poi sbotto’: “La prima a volere la pace è la nostra Chiesa”. 

La tappa successiva a San Salvador fu molto diversa. Attorno e dentro la Cattedrale dove era stato assassinato l’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero si raccolse una enorme folla plaudente, e lo stesso accadde in Costa Rica, in Guatemala, in Belize e ad Haiti. Ovunque, Giovanni Paolo II fu osannato, la popolazione, sovente dopo una notte insonne all’aperto, circondava non soltanto lui e i sacerdoti, ma anche noi giornalisti al seguito. Non avevo mai visto uno spettacolo del genere, né avvertito una fede così viva. Il suo viaggio segnò una svolta cruciale per l’intero Centro America. Ne trovai poi conferma in un dossier della Cia sul “Papa carismatico” e gli effetti dei suoi appelli. Giovanni Paolo II aveva mobilitato quelle Nazioni contro il terrorismo, aveva ordinato ai preti alleati ai sandinisti di abbandonare la politica, aveva portato conforto e speranza ai poveri, e aveva attratto a decine di migliaia i giovani. In altre parole, aveva pacificato la regione. E aveva fermato il flusso di sette e gruppi anticattolici che demonizzavano il papato per sete di potere e interessi finanziari. Reagan si convinse che con l’aiuto di Wojtyla avrebbe risolto il problema dell’Urss, dove i geronti del Cremlino stavano cedendo il passo a Michail Gorbaciov.

Il ruolo di papa Ratzinger

Si dice che le maggiori  eredità di Giovanni Paolo II siano stati la Giornata della gioventù e l’apertura del dialogo con le altre fedi, quella islamica inclusa. Non sono in grado di esprimere un giudizio,  ma rammento che alle sue esequie a Roma, dove andai al seguito di Bush figlio, vidi anche Imam e Ayatollah, e che il suo successore Benedetto XVI proseguì sulla sua strada. Papa Ratzinger compì 24 viaggi in tutto il mondo anche per intensificare il dialogo con i giovani e con i leader religiosi musulmani. E come Benedetto XV un secolo prima si battè per un’Europa pacifica, che sapesse conciliare fede e ragione. Bush figlio prima e Barack Obama poi, il primo Presidente americano nero, si avvalsero spesso dei suoi consigli. Su quali problemi esattamente lo sapremo quando la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e la Cia desecreteranno i relativi documenti. Di certo c’è che la superpotenza non ignorerà la Santa Sede se il prossimo novembre verrà rieletto Joe Biden, il secondo Presidente cattolico americano della storia.

Papa Francesco inascoltato 

Per Francesco, che vive il Papato come il pastore dell’umanità, al pari dei suoi predecessori, questo Natale rischia di essere il più doloroso del suo pontificato. Sinora papa Bergoglio, che proviene dall’Argentina, un Paese molto tormentato e impoverito, è rimasto inascoltato da troppi governanti. E in Medio Oriente si stanno accendendo nuovi focolai di tensione come il Mar Rosso, dove il terrorismo islamico si è insediato dallo Yemen. Ma il Pontefice non è solo. Come dice la parola stessa, Natale è la celebrazione della vita e quindi della famiglia, della fratellanza, della giustizia sociale ed economica. E’ la negazione della violenza di ogni genere. Per questo, la missione pacificatrice dei Papi ne è e ne sarà sempre parte integrante.

Ennio Caretto

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Tags: BenedettoCarettoFrancescoGiovanni PaoloPacePapaStati Uniti
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